..Ricordo la prima volta che una ragazza mi vide nudo. Sospirò, tradendo una poco velata delusione:-"Per Dio, un uomo deve pur avere una qualche qualità . Mi era rimasta come ultima, la speranza che tu fossi almeno superdotato. Invece nulla, nulla di nulla". :-"Sono sensibile", le dissi.:-"Ah si?" Mi tirò un manrovescio. In effetti ero molto sensibile. Al dolore.
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Bè, Cristo, non mi viene null'altro di intelligente. Tutto nella norma allora vi direte. Bè si, non posso darvi torto in effetti. D'altronde mi riescono molto bene moltre altre cose. Ad esempio. Uhm. Suppongo ci dovrei pensare un po' su, perchè al momento, ecco, mi prendete un po' alla sprovvista. Non che sia un buon a nulla, intendiamoci. E' solo che. Fare il superficiale è decisamente più semplice che mostrarsi per quel che si è. Sono un tipo talentuoso, ma ho l'anonimato truccato sul viso. La gente non ti da nessuna possibilità se non te la cerchi. Oppure tende a stufarsi un po' troppo velocemente. A voi è mai capitato? Vi dirò. Non è affatto bello, ma se ti ci abitui, fa comunque male. Per il resto non mi lamento. Mi prendo le mie soddisfazioni. Non faccio mai all'amore, ma ho molti pensieri corrotti. Ne ricavo delle forti emicranie. Dovreste provare. Nella vita ci sono delle cose che valgono la pena. La pena. Tutta questa pena. Eppur non mi pare di aver fatto nulla di male. Che bisogno c'era? Potrei continuare per ore, ma non avrei molto altro da dire e probabilmente è da qualche riga che ve ne sarete già andati. Se fossi un tipo arrogante vi direi che non sapete cosa vi perdete. Ma ho solamente una forte autostima di me stesso. Quindi ve lo dico ugualmente. Datemi tempo.
Mi sono così rimesso in gioco nella ricerca di queste persone che, ora che, - con una punta d’orgoglio e logica e certo della sofferenza – riesco se non a farne a meno, perlomeno a sorvolare sull’assenza, be ecco - mi capisci? - mi chiedo: e allora tanto valeva che manco iniziassi? E’ così pretenzioso questo pianeta perdio. Ti succhia il midollo dalle ossa e poi te le suona come un flauto. Il moto perpetuo.
(Il sole delle sei pomeridiane trafigge l’acqua della corsia numero otto con una lama di luce. Doppiamente fratturata dalla parete vetrata e dal liquido, arriva comunque sul fondo, in prossimità della linea, blu, che dovrei seguire. Quota meno uno e ottanta a salire. C’è’ azzurro caraibico sotto il pelo, seppur sia semplice ceramica venti per dieci che riflette e spande tonalità. Pieno giorno negli abissi ma niente banchi di pesce sul fondale. In corsia sette un mammifero femmina della specie umana, si muove agile nonostante
Mi sono iscritto ad un corso di scrittura. Forse è preferibile – frequenterò un corso di frequenza. Un laboratorio di parole dicono. Partiremmo a settimane. Un circoletto di sinistra in uno scantinato del centro città: staremo freschi, male che vada. L’ultima volta che ci sono stato per sentire un tale, amico di, che vantava collaborazioni con, ho temuto di essere linciato di lì a breve. Scemo io, a pettinarmi i capelli, sbarbarmi e dimenticarmi la giacca a coste di velluto. - I soviet più l’elettricità, non fanno il comunismo -. La pelata porta le sue grane: l’estate devi costantemente andare a spasso spalmato di protezione dodici o superiore. Conseguentemente, ben odorante di composti al carotene, sei oggetto degli sguardi languidi di tutti i conigli e delle casalinghe anziane che non arrivano alla quarta settimana. Altre volte della gente che si atteggia da sinistra, ti scambia per uno che sta sul marciapiede di destra molto rasente il muro. E’ un po’ come quando ti sembrano tutte fighe, a vederle da lontano o dentro la macchina sulle statali al sole. La società si distingue ormai per stereotipi più che per codici fiscali. Non si è, si appartiene ad un certo gruppo. L’insieme degli esseri umani è stato scremato da negri e altre colorazioni troppo vivaci, e diviso in sottoinsiemi. Dentro questi ultimi, in base ad aspetti economici e commerciali ben studiati da un gruppo di esperti con un faccione da quarantadue pollici pieno di plasma (venoso), si può rintracciare sommariamente il resto degli umani. Le caratteristiche personali ed univoche di ciascuno, non contano più. A questo punto, a mia volta travolto da questo generalizzare e compostare in grosse balle, ho smesso di preoccuparmi per le mie orecchie larghe e per la mia passione per la dark anni ottanta. I segni particolari sul documento d’identità non interessano più a nessuno. Avremmo dovuto sospettarlo vedendo che tutti riportiamo “nessuno”. Ulisse è stato il primo a fare del qualunquismo e anche a vagare per il Mediterraneo su un barcone: precursore.
Sul modulo di adesione al corso, per giustificare il mio interesse verso la scrittura ho denunciato qualcosa come “per combattere la rarefazione di comunicazione”. Ero serissimo. “Uno degli ultimi giorni di pioggia il sottoscritto si è reso conto di aver eletto la comunicazione a placebo della sua faticosa esistenza: - quel giorno non mi funzionava rete quattro” - . Questa sarebbe una grandissima battuta, se stessimo giocando a chi la spara più grossa. Ma per questo abbiamo già il presidente del consiglio e il papa, che francamente trovo imbattibili. Sto divagando. Non voglio essere polemico, dicevo della comunicazione. Amo comunicare, ma sono estremamente taciturno. Le due cose non vanno esattamente d’accordo. Fino a quando qualcuno non mi dimostra un certo interesse - l’essere interessante a sua volta -, faccio economia di discorsi, parole, sguardi. E spendo tutto in bevande. Comprendo quanto sia difficile giudicare o appassionarsi ad un tizio che se ne sta nell’angolo a tessere golfini a vi coi pensieri, se non si è un fan del punto croce. Non ne faccio, né colpe, né drammi. Ho un ex fidanzata che mi tiene alto l’ego. Può bastare. Mi trovo un discreto conversatore quando non c’è nessuno di meglio in giro. Ma in giro mi piace starci. Proiettare ombre poco definite date da punti luce molto inclinati. Incontrare tra i banchi una passionaria che scriva i suoi testi sul mio torace depilato. Trovare i particolari, unire i puntini dall’uno al cento, saltando i numeri pari. A ciascuno la sua tecnica. Le quarantenni si rifanno le tette perché qualcuno che arrivi da destra gli parcheggi ancora la bici lì in mezzo. Arrivando dal lato opposto, mi chiedo dove parcheggerò.
Da quando non li esco più – o perlomeno ora la cosa succede molto più raramente di prima – Fanasca e Villoni hanno ripreso a frequentare i night club con una certa costanza. La loro capacità di comunicazione si esaurisce entro la prima ora di un programma che prevedrebbe quattro atti senza intervallo. Vota la lista “L’Alternativa”. Alle ventitre il gallo canta e Pietro tradisce per la terza volta. Fanasca col prurito nervoso tra le dita interroga un costantemente silenzioso Villoni. Villoni che facciamo? (Cenno d’intesa. Stringersi le spalle. L’abbiamo perso dottore) Seguite l’insegna luminosa re magi. Entrambi, questa è la novità, sono al seguito di una tizia. Una sorta di relazione fissa, più probabile semplicemente una fissa. Per i non esperti del settore si deve precisare che la fedeltà, al circolo della notte, non è
Verso i trentadue e dopo trentadue nulla di fatto, la portata della frutta non passa per la più salutare, ma per la drammaticamente ultima. Le ragazze del night club sono metrò per la salvezza senza controllore. Corse frequenti, un binario comodo in partenza, niente arrivi nella stantia periferia. Disabituato agli affetti, la sincerità sentimentale diventa caviale. Inizia a piacerti anche una tonalità ocra: puoi sempre dire che era rosso porpora e ti è finito in lavatrice. Ma chi siamo noi per giudicare? Un cuore di panna, uno stecco di morale, incappucciati dentro un freezer vicino a delle patatine per friggitrice.
Fanasca frequenta la stessa tizia dell’est da mesi, anche al di fuori del normale – di lei – ambito lavorativo. Mi racconta: Usciamo a cena – pago io – prima che lei inizi verso le dieci e mezzo. Un pasto frugale, poi la accompagno al locale. Lei si prepara, facciamo un privè. Pagato extra. Le offro da bere. Poi altri clienti richiedono le sue attenzioni. Nel frattempo io tento di rifiutare le proposte delle altre colleghe. Dura
Favole d’amore moderno con finale non polifonico. Da notare la presenza del corretto quantitativo di aspetti economici.
Villoni invece, ha ritrovato
Ballerine colombiane con vere caldaie a pallets fra le cosce, vecchi professionisti habitué, un dj triste, sale vuote, sentori di recessione negli stivali di pelle al polpaccio. Ma per gli amici sempre saldi finali a troppi zeri. E due cubane che per ottanta euro e un passaggio a casa. Eh si.
Ti davano
(Ascolto. Deglutisco un boccone amaro.)
“Mi è difficile trovare argomenti nuovi lungo i quali dare sfogo al mio bisogno di creare versi e paragrafi. Questo è il dato di fatto. Sono ripetitivo. La cosa mi rende triste ma allo stesso tempo rafforza le mie certezze: sono in buona compagnia. La vita soffre della stessa magagna: i maiali se la cavano con un’influenza. Non se ne esce manco dichiarando l’esistenza, una pandemia. Una mascherina antipolvere per difendersi dall’ineluttabile. Sembrarsi impreparati dopo i trenta, mai sufficientemente studiati, vuoti di conoscenza che ti colgono in mutande. Improvvise amnesie: una bella grana. Come accalappiare il cane, dio cane? Per quante ne sfoderi a fine sera ti trovi nella tasca destra un fazzoletto spiegazzato umido di muco e secco di insoddisfazione.”
( … )
“Ti giochi il tempo instabile, la ripetitività del lavoro, lo stato delle amichette in facebook, la recensione di un film, il commento all’ultimo libro, le malefatte dei dittatori. Arte, cultura, spettacolo, gossip, inviti a cena, whisky scozzesi, la fotografia, due nipoti, lo stato del Vaticano, gli incontri dei gruppi online. Qualunquismo e qualità, il moschicida per tutte le stagioni. Ma i volatili sono volatili. Volatile come l’impalpabilità della casualità. Incontrollabili e astuti, preferiscono il suicidio per trauma, contro le superfici vetrate. Le prede non sono più tali quando sei tu a cacciarle. Sasso, carta, forbice, esplosione nucleare. L’esistenzialismo. Ho preso a leggere voci a caso sull’enciclopedia online. Ho fatto conoscenza con asteroidi e distretti francesi.”
( … )
“Potrei buttarmi sugli articoli tecnici, letterariamente parlando. Ma la critica di sinistra è già ben rappresentata. Un reporter aggiuntivo, alto, tonico, pelato, ben dotato, starebbe indifferente nel mucchio. Polemici, disfattisti ma incapaci di proposte alternative. Tanto vale andare alle feste con gli amici di destra che c’è figa ben vestita e profumata.”
( … )
“Sto sempre al solito, ho sempre gli stessi dubbi. Sto va con l’accento? Lamento a me stesso la difficoltà di creare e mantenere rapporti personali, stabili, duraturi, frequenti, di un certo livello. Come somma di tutto questo sono arrivato a una sorta di sfavorevole armistizio tra me e me: meno fondi alla ricerca. Sto da solo in un divano parcheggiato sul ciglio della strada sotto il sole delle tredici e quarantacinque. Ho il finestrino abbassato e il braccio sinistro, fuori, penzolante. La lamiera scotta, non fumo, ma ho finito le sigarette. Ascolto un cantante dalla voce cupa e rauca. Se fossi donna mi concederei continuamente in cambio di un - baby – all’ora. Un baby l’ora. Mi diletto a fare lo sguardo assente, il labbro corrucciato e l’occhio scuro. Passa una tizia in bicicletta con un cappuccio calato sulla testa e mi sorride. Peccato mi sia dimenticato di investire il suo fidanzato che la precedeva.”

Non bastavano le leggi ad personam, le immunità parlamentari implementate, le televisioni e i giornali di partito, i teatrini in diretta mondiale, la nuova libertà, l’opposizione democratica, le bandiere rosse deposte e i sindacati spaccati.
Una volta che ero piccolo e giovane, ero anche così magro che un giorno mio nonno incontrandomi senza maglietta sulla statale mi disse: mi sembri un biafra. O un’biafra con l’apostrofo, che magari è uno stato femmina. Per via della sofferenza e della guerra. In effetti mi si potevano veramente contare tutte le costole. Tutte, tranne quella che avevo prestato alle femmine. Mio nonno che assomigliava a Clint Eastwood, aveva la camicia a scacchi e sopra il gilè di lana fatto da mia nonna. Con i ferri lunghi da calza e i gomitoli, ma neanche un gatto per casa. Non troppo sgargiante. Al nonno non piacevano gli eccessi. Grigio e verde scuro e blu. Mi ricordo che lui stava sull’altro lato della statale e ci aveva la zappa sulla spalla. Anche se ero veramente secco come un chiodo lo so che lui mi aveva detto quelle parole perché in cuor suo voleva che mi infilassi
Biafra era usato per scherzare qualcuno di molto deperito, tipo chi sembrava denutrito o malato grave da tanto era smilzo. I grandi lo usavano spesso e anche i bulli che andavano alle superiori e quelli più somari, che già lavoravano. Tutto veniva buono per darci fastidio. Che io avevo già delle terribili orecchie da cui guardarmi. Il Biafra l’ho scoperto poi, fu una repubblica secessionista della Nigeria, che durò un paio d’anni, prima del settanta. Vedendo come vanno le cose da quelle parti a tutt’oggi, pur che è passato il tempo e io mi son fatto robusto e muscoloso e il mondo più bello, posso immaginare che il nonno abbia visto i bambini negri con su le mosche anche al suo tempo, e ne abbia preso spunto per prendermi in giro. In Biafra dovevano essere negri e secchi e con le mosche anche con la tv in bianco e nero. Mi sa che ci sono cose che non cambiano. Il linguaggio figurativo se la prende con quelli a cui gli dice sempre storta: sfigato e pur macchietta per
Di quei tempi, diciamo nella fase in cui ti spunta fuori tutto il pelo, stavo spesso in campagna a casa dei nonni. Per degli svariati motivi. Tipo che ero sfigato e con pochi amici, tipo che li ci stava sempre un qualche cugino con cui passare il tempo, tipo che ci abitai per un anno intero quando mio padre quasi quasi ci restava secco per delle robe di salute. Si potevano fare un sacco di robe da mocciosi semipoveri li, come andare in bicicletta sul vecchio ponte dismesso, costruire case sugli alberi, giocare a pallone nel piazzale sul retro. Usavamo, quando eravamo in più di uno, le casette di ricovero della legna come porta e un vecchio pallone degli anni cinquanta, di quelli arancioni che si vedono nei filmati d’epoca sul football. Quando ero da solo invece, funzionava uguale. Ma il portiere e gli avversari mi toccava immaginarli. Li facevo sempre fortissimi, in ogni modo, per temprarmi. Ti capitavano anche delle attività più serie in campagna: ad esempio portare la merenda e il vino col caffè al nonno nei campi, alle tre e quarantacinque. A volte per non farci passare per fancazzisti completi alla sua faccia da lavoratore, ci mandavano a fare l’erba fresca per i conigli, a cercare pigne per accendere il fuoco, nei boschi. O nelle vigne più lontane, a controllare se il tizio del consorzio irriguo, aveva acceso l’irrigazione a pioggia. Tornavamo sempre fradici. Non è comunque che fossimo dei teppistelli, anzi, per la verità, eravamo tenuti così fuori dal mondo e lontani dai nostri coetanei, che fu difficile impararsi alla vita e tanto più, alle più banali marachelle.
I nonni hanno per vicino un tizio che ancora oggi commercia le bibite. Il sig. Raffaello è uno proprio buono, che la solitudine lo ha reso triste e mansueto. Vive a tutt’oggi come nel dopoguerra, e se vai nella sua cucina a ordinare le casse di minerale Surgiva, ci trovi i mutandoni di lana stesi ad asciugare lungo un filo che corre sopra il focolare. Girare per le stanze e vederlo muoversi in quegli spazi ti da l’idea, attuale, di stare davanti ad un film di un qualche minimalista regista russo o nordico. Una macchina del tempo. Una ricostruzione storica, un set perfetto, colorazione quasi del tutto assente. Stanze stagne ed ingombre di depositi decennali, l’odore dell’immobilità, il cigolio del tempo in ogni rumore. I movimenti in punta di piedi, come vi fosse la mummia della storia da non risvegliare assolutamente. Sopra il magazzino del sig. Raffaello c’è la struttura incompiuta di un’ulteriore casa. Due piani. I muri perimetrali in mattone sono passati coi decenni, dall’originale colorazione arancio ad un tenue e slavato rosa. Lo stesso percorso della nostra pelle tra estate ed inverno. Un tetto, nessun serramento verso l’esterno. Due piani, collegati da una scala in legno sgangheratissima, praticamente marcia. Credo ci abbia potuti sorreggere solo per il fatto che eravamo veramente delle piume, al tempo.
Mentre scrivevo queste righe mi è tornato alla mente quanto di più variegato e abbandonato si trovasse in quegli spazi. Locali che da abitazione erano diventati un involontario museo a cielo quasi aperto. Un archivio incontrollato del vintage. Ma eravamo troppo lattanti per renderci conto ed essere partecipi di quelle disponibilità. Da vecchie casse di liquori in legno, a quotidiani sportivi post bellici, varia attrezzatura per l’imbottigliamento, scarpe, vestiario da lavoro, parti di biciclette, motori meccanici, qualche pezzo d’arredo, molto disordine. Forse qualche mia vecchia impronta, oggi. Ho un nuovo appartamento spiccatamente moderno che necessità di essere reso vissuto, più di quel che la mia sola presenza riesca a fare. Credo ci farò una capatina in cerca di qualche cimelio. Il sig, Raffaello non si lamenterà. Non lo ha mai fatto nemmeno per tutte le punizioni a girare che gli ho piazzato in terrazza. Colpa dei sassi sul campo di gioco. Non vedo, visivamente quei posti da più di cinque anni. Non ci entro da quindici. Eppure stanno a ridosso della casa della nonna, che diversamente, frequento con regolarità. Ma non ho più ginocchia da sbucciare e pantaloni corti da impolverare in pomeriggi oziosi e inconsci. Si cresce, mettendo chili, perdendo l’uso della leggerezza. Ho ora un’improvvisa ansia di sapere se è rimasto tutto intatto o se malauguratamente, è stata fatta pulizia.
Ma Tavano niente. Gli piace portare avanti le tradizioni dell’uomo delle caverne anche se c’è una certa carenza di mammut. Lavoro, patria, disciplina. Qualche riferimento a sfondo sessuale per stare al passo coi tempi.
Tavano mi mette al corrente delle vicissitudini imprenditoriali che lo stanno duramente provando. Per uno che pone la massima fede nel dio lavoro, capisco possa essere durissima. Il lavoro nobilita l’uomo, babbo natale esiste. E’ come se la fidanzata gli avesse messo le corna con un disoccupato, immigrato clandestino e per giunta negro. Lo ascolto in silenzio, incassando come uno sparring partner, storie, versioni e sensi della vita, tardivi e fuori moda. Assorbo insofferente, come una spugna sopra il piano cucina, dopo il cenone di capodanno. Ho una lenticchia nell’occhio.
Ho un ritardo, gli dico, per non farlo sentire l’unica vittima della negatività terrestre. Ho un ritardo sullo stipendio.
Lo ho rivisto sabato pomeriggio. Sabato sera. Domenica alla seconda ora mi sono fatto riaccompagnare a casa come una figa lessa qualsiasi. E’ stata una delle prime volte che ho avuto, così netta, una sensazione di incompatibilità e insofferenza verso qualcuno. Da tanto tempo ci frequentiamo che è difficile capacitarsene. Credo sia come finire un viaggio in acidi e tornare bruscamente alla realtà. Sono cose che ti fanno pensare. Rimango in bilico nella scelta fra le due opzioni per il tempo sufficiente a trovare qualcosa dentro la narice sinistra. Un dito nel naso è il contatto con il nostro interno, il citofono sotto casa.
E’ clamorosa una rottura così rapida o più eccezionale l’aver resistito per un decennio?
Scelgo la ci, Jerry.
Arrivato a casa ho salito le scale come se dietro la porta ci fosse ad aspettarmi una diciottenne in intimo sportivo, frangetta ed acqua tonica. Mi sono spogliato, ho messo – Suicide – Live at GBGB’s 1977. Steso sul divano, mi è bastato lo sguardo bianco opaco del soffitto, uno sbaffo porpora, per sentirmi nuovamente.
Marzo. Piove sopra gli ultimi accumuli invernali di neve: tenaci clochard infangati lungo il ciglio della strada. Nei profili delicati s’intravede ancora qualcosa dell’eleganza originaria. Per qualche minuto siamo stati senza macchia, bianchi sopra l’uomo e le sue proprietà. Ma siamo al corrente della vostra insofferenza verso ciò che è d’intralcio al vostro libero moto: calpestateci pure. Le calzature invernali vi fanno i piedi grossi, signorine. Prima della pioggia capisci che non nevicherà per via del cielo poco stirato. Ventri gonfi di birra alla mercé della forza di gravità, ci penzolano sulle teste. Alcune nuvole veleggiano ad altezza di campanile, in mezzo alla vallata. Una volta a queste quote ancora umane ci filavano certi caccia americani. Volo a bassa quota per impararsi all’evitare i radar. Da bambini i top gun ci parevano una ficata. Da bambini si è un sacco ignoranti perché la realtà non te la spiegano: per precauzione dicono, che il bambinello si spaventa, mi si incupisce. Il nonno è andato in cielo con gli angeli. Guarda cosa ti ha comprato la mamma! Una sorellina. L’inconsapevolezza forzata è la maglietta della salute del cervello. Ti ci costringono finché non te ne vai di casa. Stai coperto tesoro. Non è bello arrivare ai trenta e puzzare ancora di liquido amniotico. Sapere di aver fatto tutte quelle figure di merda per un ventennio, chi più chi meno. Se mi avessero istruito, col cazzo che sarei corso fuori sul poggiolo ogni volta che gli americani passavano. Al campetto poi, prima di iniziare a sbucciarci le ginocchia o ad inciderci l’arcata soppracciliare grazie ad una pallonata negli occhiali, si discutevano i dettagli. Erano tre. No quattro. Volavano più bassi di ieri. C'erano due piloti per ogni cabina! Quello davanti aveva su la maschera per l’aerosol. Stupido! E' l’ossigeno, me lo ha detto mio zio. A me quelli del terzo mi hanno salutato. Uno aveva scritto usa sul casco. Ma va la, faranno i cento all’ora, non ti vedono neanche. Ti dico di si, c’era anche mia nonna nell’orto. Ah! E poi io ho visto che avevano le bombe attaccate sotto
Il 3 febbraio 1998 alle ore 15.13 un Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei marines al comando del capitano Richard Ashby, decollato dalla base aerea di Aviano alle 14.36 per un volo di addestramento, tranciò il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme (TN). La cabina, al cui interno c’erano 20 persone, precipitò per circa
Quel pomeriggio avevo ventuno anni ancora molto inconsapevoli e mi trovavo in un'aula corsi di una società, a svolgere la mia prima attività lavorativa. Ricalcavo delle mappe catastali. Un’operazione davvero infantile, seppur eseguita con attrezzature da grandi. Al posto dei pastelli, il pc ed un'programma di disegno. Stai attento a non uscire dai bordi, mi raccomandava il capo del progetto.
Un’collega più o meno coetaneo che abitava nella zona del disastro fu informato dell’accaduto per telefono dalla madre, quasi in tempo reale. Credo non ci fossero ancora i cellulari. Ruben, si chiamava. Mi raccontava che le ragazzine del paese gli mandavano le lettere d’amore via posta e io lo invidiavo molto. Con un nome così pensavo, ce la avrei avuta anch'io una fidanzatina. Rese pubblica la notizia e tutti ne furono naturalmente rattristati. Lui più degli altri. La funivia del Cermis e le relative piste da sci stanno a trenta minuti da casa mia. La loro esistenza ad allora, mi era del tutto sconosciuta: lo sci e i grandi spostamenti non erano lo sport di famiglia. Di quegli aerei invece ero perfettamente informato e ricordo, nel dibattito generale che subito insorse, fui – banderuola al vento e traditore - tenace ed esperta parte accusatoria di quei miei eroi dalle ali insanguinate.
Dove tira il vento finché non impari ad espellere l'aria.
Non ero mai stato un gran genio nell’intuire quando una ragazza fosse disponibile e pronta per un qualche scambio di saliva o altri fluidi corporei. Non che fossi del tutto fesso, intendiamoci. Su altri campi con le figliuole me la cavavo egregiamente. Senso della vita, teorie sociali ed evolutive, stratagemmi politici, sentimentalismo e barbarie, musica, films, cultura generale, attività ludiche, ristorazione, del sano cinismo. Ne avevo in zucca insomma, a sufficienza per non fare scena muta al primo e ai successivi appuntamenti. Ma di li al capire quando fosse l’ora della mia manona sull’interno coscia, la strada era lunga. E terribilmente in salita.
Non è per niente facile districarsi tra le varie espressioni di cui è capace una femmina. Distinguere la sottile variazione dei muscoli facciali quando si passa dalla fase “uhm interessante quel che dici” alla fase “ok, adesso però basta! Scopiamo!”. Per nulla facile.
Uno sbadiglio è molto chiaro, ad esempio. “Che voglia di andare a letto. Ma da sola.” Anche una sana risata non lascia dubbi. “Dio mi fai morire. Quando sarò giù di morale ti vedrò volentieri”. Ma quali sono i colori del vessillo del mucchio selvaggio, perdio? Su che torre viene innalzato? Il segnale di fumo per l’angolo del limone? Il codice cifrato per scassinare la cassaforte?
Infine, l’evidente insuccesso della strenua ricerca dentro la gestualità femminile, della luce verde di libero accesso, del fuoco artificiale che desse l’avvio alle danze, mi aveva convinto ad un cambio di strategia. Avrei pazientato. Avrei tentennato, meglio, mi sarei finto indifferente. Interessante ma indifferente. L’avrei portata al cedimento, sul filo della nevrosi, stancata, sfiancata, sconfitta. L’avrei insomma, costretta al primo passo. Solo allora, avrei avuto
Verde!
Fra egocentrismo e autolesionismo. Un aspirante solitario suicida.
Affidarsi alla propositività femminile, pur nell’era moderna e paritaria, è sconvolgere tutte le regole del cavalierato storico. Una donna si aspetta ancora di essere corteggiata, approcciata, inseguita, perpetrata come una causa civile, e infine, scopata con garbo e foga?
Garbo e Foga, un film di. E con.
Stavo con Vanessa quel pomeriggio tardo invernale su una panchina del parco. Un’altalena arrugginita sulla nostra sinistra. Il copertone che fungeva da sedile aveva il battistrada liscio. La struttura portante era verniciata di rosso e più di uno degli usufruenti ci aveva inciso i soliti aforismi con
Davanti a noi, una parete verticale, decisamente calcarea, ingrigita di smog e crepata di vertigini, ci si era fregata il sole da un buon quarto d’ora. C’ha la traiettoria bassa, in inverno, la nostra stella. Mai sufficientemente alto per essere utile, come un cross del vecchio Maldini. Tra la montagna e le punte dei nostri arti inferiori stava un fosso. E in fondo al fosso un rivo di acqua che per essere degno di tale menzione, supponevo, avrebbe dovuto almeno muoversi. Dissi a Vanessa: – Vedi un po’, sto rivo. E’ talmente quieto che è come se m’avessi portato al lago. Un lago largo un metro e lungo ics. Chissà se sfocia nel mare. Vanessa mi piaceva perché non si indignava per la mia ironia. Era l'ideale per noi, quel posto, stava poco lontano dal suo condominio e da altri condomini. E abbastanza vicino alla circonvallazione perché il tutto prendesse quell’atmosfera cinematografica di desolazione cittadina della domenica pomeriggio. Una domenica pomeriggio alla periferia della vita. Riposo divino. La digestione, le partite, i cinquantenni che portano a spasso mogli dai vecchi cappotti. Un po’d’aria umida per tirar via da entrambi l’odore di naftalina. Nelle orecchie, le voci gracchianti delle radioline: - Scusa Ameri, scusa Ciotti, t’interrompo per segnalarvi che siete entrambi morti. Il tempo passa, lento o di fretta, perfettamente contrario a quel che desideri. Tutto il calcio minuto per minuto non mi interessava più: verso i trent’anni ero finito in fuorigioco e non ritenevo essenziale rientrare. Tenevo nell’orecchio sinistro la cuffia destra del mio lettore; un errore d'osservazione. Quella sinistra stava tra i capelli biondi di Vanessa e probabile finisse nel suo orecchio destro. Succedeva così che fra le nostre teste corresse un doppio filo nero intrecciato, sospeso a mo’ di ponte tibetano. Un cacchio di filo di rame con dentro degli impulsi audio che unisce le menti di un tizio e una tizia. La trovavo una scena molto romantica a saperla inquadrare bene e con una buona luce. Avevo sempre un sacco di idee artistiche per la testa, ma rimanevano tali. Guardando il petto di Vanessa che si gonfiava e poi si abbassava ritmicamente, ne avevo anche altre, di idee, altrettanto artistiche. Ma non le pensavo, perché dato che eravamo in collegamento audio, temevo che lei potesse captare quelle sconcerie che il mio cervello produceva. A Vanessa ci tenevo e non volevo passare per maiale finché non me lo avesse espressamente chiesto. Stavamo abbandonati su quella panchina di legno, resa umida e artritica da mesi particolarmente nevosi, per la terza o quarta domenica di fila. Scivolavamo, via via che le mezz’ore passavano, lentamente verso il basso. Come un deposito d’olio nuovamente verso il fondo della bottiglia. Al momento di rientrare, avevo regolarmente la schiena a pezzi e solo i talloni, piantati nel terreno molliccio di disgelo, evitavano che fossi finito, da tempo, lungo e disteso sopra le foglie in umido e le calvizie d’erba. A volte portavamo un libro. Così, per rifugio. Perché non si possono avere cose intelligenti da dire per ore. Succedeva che per le cinque e trenta, quando era l’ora di rientrare, ci trovassimo più vicini di quel che eravamo inizialmente. Una cosa come gomito contro gomito o ginocchio contro ginocchio. Era una sensazione piacevole per il calore che sembravano scambiarsi i corpi e per qualcosa d’altro, un’emozione, più difficile da esporre. Vanessa era meno alta di me e quindi la sua massa di capelli stava più o meno all’altezza della mia spalla. Alcuni vi ricadevano sopra. Aveva questo modo bizzarro di reclinare verso destra la testa quando ti parlava e pure adesso, nel non far niente. Non intravedevo verso cosa fosse diretto il suo sguardo in quei momenti. Ne se avesse gli occhi aperti. Avrebbe potuto anche piangere. Perché c’è da dirlo, a tratti si dialogava come nel buio del sonno, senza guardarsi, senza necessariamente sapere dove si fosse l’un l’altro. Si percepisce chiara la presenza, come un magnetismo, in queste occasioni. Ammetto che eravamo ben strani li su quella panchina, se qualcuno ci avesse prestato dell’attenzione. Ma soprattutto mi chiedo, entrambi chissà in attesa di cosa.
Win the best!....But win the bestia.
I reality shows di stato lampeggiano luminosi nel giorno e nella notte. Il loro messaggio è il sonoro di uno spot televisivo che è presto un tormentone. Dice su per giù – ragazzi: ‘anvedi quanti bei diritti che c’avete. Ma li decidiamo noi. Venir tirati su nell’ignoranza scientifica è un gran bel brivido. E’ sentirsi perennemente leggeri, coglioni, ma con la giustificazione del preside. La strategia del comandante prevede la formula moderna dell’istupidimento e della distrazione dei subordinati. Lasciati a sguazzare nel fango della porcilaia, alimentati di avanzi, ormai indifferenti al finire zampone, culatello, o crudo di parma. E’ una tecnica ben più sublime e pertanto pericolosa di una seria dittatura. Il regime è ben visibile e prima o poi ti fa arrabbiare, insorgere, agire. L’oggi, diversamente, è un aerosol a base alcolica. Finisci con il respiro sano, la testa brilla, la muscolatura fiaccata. D’accordo o per lo più indifferente, pronto a sostenere le crociate, insensibile alle tonalità globulo rosso, fuori a cena, scusate! Qualcuno propone i militari in strada e la stessa sera in tv passano Rambo: sottigliezze o pura casualità? Abilità, furto delle mutande senza effrazione. Ci si sta giocando il diritto alla vita in un paio di puntate secche: tutti contro uno. L’avversario è noto ma non si vede: sarà per il fatto che sta alle nostre spalle a ridere delle carte che c’ha servito. L’è dura ragazzi. Finisce che l’affetto per il pianeta che si ha in circolo fa un giro sempre più largo prima di ripassare, o è così avvelenato e pesante, da non riuscire più a risalire lungo le gambe. Succede che te lo ritrovi calpestato, sotto i piedi, e ti passa anche la voglia del semplice discuterne, dello stato delle cose. Funziona, certo, non c’è che dire, il nuovo programma: se ti rifiuti di donare le cervella, ti aspirano il midollo, l’energia, tanto per rassicurarsi che tu sia ugualmente innocuo. L’ evaporazione incontrollabile ma indotta ad arte è reato. Ma lo prescriveranno. Non ci si stupisca quindi del fatto, che facciano del loro meglio e del loro peggio per tenere in vita Eluana. E’ il loro cliente ideale.
Vè che son cose strane. Ho passato l’intera estate a bestemmiare tutto l’elenco dei santi dietro alle rondini. Ogni santa mattina – mattina verso le tre e trenta – si mettevano a concertare fuori dalla finestra della mia camera. Certe sinfonie. Che dico; un essere umano a quell’ora, c’ha il bisogno di dormire, possibilmente con le finestre aperte. Ma niente. Mi è toccata un’intera stagione a sudare l’anima, a rigirarmi nudo dentro al letto, barricato dietro le finestre sprangate. Che solo così gli schiamazzi arrivavano almeno affievoliti. Poi è successo che con gli inizi dell’inverno mi è venuto questo scrupolo di raccogliere le briciole dei pasti e metterle in un contenitore, sul balcone di quella stessa finestra. A favore di un qualche uccello affamato, devo essermi detto. Questi ultimi mesi non ha fatto che fioccare, un pasto comodo poteva venir comodo a ‘sti pennuti. Intendiamoci. Non so che razza di volati possano soggiornare nei mesi freddi al borgo, ma sicuramente non le rondini. Fortunatamente si son levate dalle palle in direzione dell’Africa: senno col cazzo che le nutrivo.
La cosa ridicola comunque, per l’avvilimento delle mie buone intenzioni, è che il contenitore e tutto il suo bendidio di amidi e carboidrati, dopo mesi, è lì, intatto, immacolato, come la prima mattina. Bistrattato alla faccia della crisi e della recessione. Le passere mi snobbano come al solito, seppur ogni mattina mi ostini a dimostrare loro la mia disinteressata generosità.
In una di queste ultime occasioni è capitato così che mi mettessi a riflettere su determinate cose inerenti all’argomento. Tipo. Ma quand’è che l’uomo, l’animale che millanta d'essere il più evoluto, inizia a dedicare le proprie attenzioni, non più ai suoi simili, ma bensì, - o almeno in egual quantitativo, a una qualsiasi palla di pelo? Ad un quadrupede? Ad un anfibio, per giunta nemmeno Dottor Martins?
Vi sono delle motivazioni plausibili perché gli affetti dèvino verso specie inferiori, diciamo, vecchi colleghi che non hanno ancora scoperto l’erezione a due zampe?
Sono sempre stato vagamente sospettoso delle persone che sembrano nutrire un amore sviscerato per un qualche animale, scordando completamente i loro simili. Che ce n’è di gente bisognosa. Prendiamo il sottoscritto ad esempio: nessuna che mi voglia lisciare la coda?
Non so se questo sia un ragionamento plausibile e con un contorno di fondamento. Sta di fatto che quando ti rendi effettivamente conto, che razza di coglione riesce ad essere l’homo sapiens, finisci per giustificare questa e altre scelte. Finisci per preferire una gatta con l’occhio sghembo al suo depilato padrone, un cavallo all’intero ippodromo, un pesce rosso ad un mare di gente.
La catena alimentare si ferma all’uomo, ne siamo il vertice e questa può essere la motivazione della stasi qualitativa e di un evidente inizio di regressione. Non abbiamo nessuno da cui difenderci se non la nostra stessa specie: a differenza degli altri animali possiamo dormire con entrambi gli occhi chiusi. Ma avere un predatore non ci farebbe che bene. L’abitudine a doverti sempre guardare dietro la punta della coda ti tiene prudente, attivo, vivo, reattivo, ingegnoso. Dalla sua supponenza l’uomo osserva tutti dall’alto, incauto di ciò che sembra mai succedere alle sue spalle. Si scivola in un pericoloso delirio di supremazia. Invaghito dall’idea del dominio ad ogni costo, l’essere umano vaneggia verso l’auto eliminazione, l’ultima e più eccitante avventura che gli è concessa. Sembriamo sempre più frequente essere sul punto di riuscirci con una certa facilità. Fin ora le morti giustificate e programamte ci concedono sufficiente sfogo, l’addomesticamento sembra reggere. Ma per quanto ancora?
Di tanto in tanto un qualche cane azzanna il suo miglior amico, preso da chissà quale pensiero. Dicono: la colpa è del padrone. Molto spesso avere certi uomini come padroni ti disturba davvero forte, in effetti. Ma attenzione. Siete bipedi. Non potete abbaiare, non potete mordere. Pisciate nella ceramica. Se fate i bravi forse poi vi mettiamo il guinzaglio e vi portiamo al parchetto. Non vi va? Silenzio e cuccia. E’ l’involuzione, baby.
Tanto per cambiare sul pianeta per un qualche motivo religioso, ci si spara. Strano a dirsi, ma pur essendo una battaglia a tema sacro e non per dire – petrolifero - , nemmeno in questo caso c’è equità. Ci sono sempre un Davide contro un Golia dall’alito freschissimo. Non potendo farci molto – un nuovo messia sarebbe incoerente, ci sarebbero altri fedeli – non mi rimane che sorridere. Sorriderci su. La cosa è un po’ buffa a rifletterci. Per un fantomatico dio, per rivendicare i suoi luoghi, i suoi lasciti, i suoi insegnamenti, ma tanto più per quel dio che troppi scelgono e rivendicano come irrazionale risposta e soluzione all’inspiegabilità della vita e della morte, appunto, si muore.
Una bella tecnica da minchioni per chiarirsi le cose, se mi è consentito.
Io mi auguro che una volta orizzontali, almeno il secondo quesito venga risposto. Cosa c'è dopo il telegiornale di mezzanotte? Ho qualche dubbio sulla sua celestialità, ma avendo da tempo scelto gli inferi, francamente me ne infischio. Ma mi raccomando, telefonateci. Fateci sapere.
Ehm, cara, ciao, si, sono io. Si, sono morto. Cosa succede? Hanno detto di pazientare. E’ tutto buio, una certa umidità. Be si, i ben informati qui dicono ci sarà un volo. Speriamo. E’ un volo Alitalia. Cara ciao, devo riattaccare, telefonare costa un sacco qui, mi faccio vivo presto .
A me telefona fortunatamente Tavano.
Tavano è un fascista che taluni concetti cari al suo credo politico, li ha un po’ travisati. Vada per la patria, ma per il resto Tavano a scelto
Grande sventrapapere, lo scherzo: serve a galvanizzarlo ulteriormente. Inutile precisare dove e come la si sia conosciuta,
Ingrid era l’altra, mi corregge.
Sei troppo un latin lover, non me le ricordo tutte, mi scuso.
Coglione!
Quando frequenti certi luoghi con dei portafogli molto generosi le ragazze diventano presto molto gentili e quasi affidabili, se tu sai dimostrarti altrettanto affidabile in termini di scelte e di mance. Al night club puoi scegliere una ragazza e portartela in un luogo appartato, ti danno anche il cestello con uno spumantino di mele da mezzo litro. Una vera prelibatezza al costo di un centone ogni venti minuti. Su un divanetto consunto la figliuola si toglie quel poco di tessuto che le rimaneva addosso e poi, mentre cerca più o meno convinta di tenerti le zozze manacce lontane, prende a chiederti della tua vita. Alla fine non è molto diverso da una piacevole chiacchierata con una ragazza ben disposta al dialogo. Solo che nello special caso l’amica è alta un metro e ottanta, è dell’est, è una stragnocca, è nuda e abita generalmente a Desenzano sul Garda. Piccolo particolare. Costa come noleggiare una ferrari.
Nel mondo esterno, mi dice Tavano, una cosa così non ti può capitare. Se trovi una simpatica con cui disquisire piacevolmente, deve essere veramente brutta e vestita con una dolcevita anche l’estate.
A volte non so dargli torto. Ma quel che Tavano non si sforza di comprendere è il perché le donne se ne stiano così sulla difensiva. E’ un po’ perplesso sull’operazione perché anche il suo portafoglio è sfiorato dalla recessione e sa bene che dopo la cena, gli toccherà accompagnare la sua bella al locale. Le ballerine di lap dance guadagnano sulle bevande che fanno consumare ai clienti e hanno una percentuale, suppongo minima, sugli spettacoli privati. Il destino notturno di Tavano è segnato. L’attività è quindi redditizia più che altro per i gestori. E’ evidente anche ad un ignaro visitatore, come alcune fra le ragazze utilizzino l’attività per procacciarsi clienti per incontri esterni più approfonditi o per relazioni più a scopo di lucro che sentimentali. Suppongo vi siano anche le brave ragazze, semplicemente più disinibite e poco benpensanti, vagamente disperate o semplicemente furbe, che giocano a sporgersi poco fuori la corda, senza arrivare a qualcosa di prossimo alla prostituzione.
Oltre alle ballerine, Tavano ha sul suo taccuino da anni, due fiamme decisamente più terrene, che alterna in base alla loro sopportazione. Gli ha sempre detto male sin ora e con i suoi mazzi di due ormai ci si possono organizzare dei tornei. Ma lui non demorde, gli basta un messaggio di saluto per ringalluzzirsi e tornare a sperare in un felice fidanzamento.
Stavolta me
E’ concorrenza sleale, ma non le posso biasimare. Abbiamo gli stessi gusti.
Sto vedendo un notiziario notturno quando mi arriva il resoconto della serata dal mio prode amico.
Il papa dice – preghiamo perché il pampinello nella mangiatoia tocchi i loro cuori e faccia cessare
Per il pampinello invece, credo valga la regola del silenzio assenso: non fate l’amore, fate pure la guerra.
Il termostato elettronico di casa è impostato sulle temperature e sugli orari dei miei vecchi ritmi di vita. Mica anni fa, al massimo qualche mese. Avevo programmato temperature miti nelle ore di presunta assenza e climi caldi per i rientri a tarda notte. Cose così. Non solo risparmio energetico. A questo serve
Ho passato tre degli ultimi quattro sabati sera sul divano. Qualche film, dei documentari della tv pubblica, dei libri. E a letto presto. Tutto questo fino all’estate mi sarebbe sembrato abominevole: ricordati di santificare le feste, era il mio comandamento preferito. Non mi ero perso un'uscita, sin lì. Seppur stessero scadendo nella noia e nel claudicare più insopportabili, avevo tenuto duro: c’è sempre tempo per prendere delle distanze sociali, mi dicevo, rimani visibile. Frequento i luoghi pubblici del divertimento e dell’incontro da una quindicina d’anni: tempi sufficienti per ricevere una discreta pensione, in questo campo, decisamente.
E’ presto detto che il rendiconto di questo lungo presenzialismo è decisamente in rosso: il gruppo con cui si è iniziato si è definitivamente sfaldato con gli ultimi accoppiamenti. Allontanamenti volontari, casi da chi l’ha visto, prepensionamenti, begli stronzi. Le integrazioni periodiche di personale si sono dimostrate insufficienti e poco utili alla causa. Stendiamo un velo sulle le botte e via, sulle femmine, sulle amiche, sulla tua donna. Sopravvivremo nei ricordi di qualche barista, al massimo.
Le rimanenze stanno nelle tasche bucate della mente, di tanto in tanto senti scivolare cinquanta centesimi freddi lungo una gamba e ti ricordi che non sei del tutto povero. Che ti è rimasto qualcosa, ci bevi, ma non ci fai un buon pasto. Così sono i ricordi di una dozzina abbondante d'anni: niente di indimenticabile.
Capita infine. Maturi come una mela sotto una lampadina. Finisci per rivalutare – o scendere a compromessi – con serate casalinghe e solitarie. Una coperta calda al posto di una scollatura di passaggio, silenzi ovattati in sostituzione di movimenti muti di labbra lucide. Luoghi e modi differenti in cui sentirsi soli allo stesso modo, senza particolare peso, senza particolari drammi. La buona compagnia rimane una necessità sia quando sei solo, sia quando sei circondato da numerose nullità. La ricerca della qualità prevede selezione e la selezione comporta l’eliminazione del superfluo.
Verso le ventidue, dato che la casa non prevedeva la mia presenza, l’ambiente buttava decisamente sul fresco. Freddo e un'acustica vuota. Davvero un’impressione. Mi sono sentito come un intruso, un visitatore ammesso dietro le quinte prima o dopo
Durante la notte mi sveglio che non ho quasi più sonno, da tanto ho già dormito. Sento i circuiti del riscaldamento gorgogliare sotto i pavimenti fin dentro i radiatori. Fa caldo che sembra di stare in spiaggia. Guardo
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