"Nell'età della ragione, si inizia a farsene una ragione"
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Ti ho alzato la gonna e ho guardato sotto l’orlo, la data entro la quale, saresti stata, da consumare preferibilmente. Subito, la prima cosa che ho pensato, era, che dannazione, per una volta, avrebbero potuto abbondare coi conservanti.
Dopo i quaranta, eravamo. Rodati e con i segni dell’usura sulle fiancate. Potevo così, destreggiarmi a memoria fra i percorsi, tanta era l’abitudine, tanti gli automatismi assimilati. Mi dicevi, lo vedi tesoro, dato lo scontato, ti rimane più tempo per i dettagli. Bisogna aggrapparsi ad ogni piccola cosa, come dei disperati.
Quando saremo vecchi e dipendenti di pastiglie blu, succederà un giorno, non avremo più niente da dirci. Poi un altro e poi un altro ancora. Forse non occorrerà nemmeno diventare troppo vecchi, a pensarci. Mi sono iscritto ad un corso, per l’interpretazione dei sospiri.
La malattia è un argomento di discussione per gente logorata da troppa salute.
All’Italia, ma forse anche al pianeta, o forse solamente, alla mia singolare ed autonoma regione, il culto dei vivi è una ricorrenza che non ha giorno. Al culto dei morti, per dire, gli hanno assegnato una gran bella data, in un mese a tema, tristo come la fame. Non poteva essere scelto meglio. Poi ci sono tutte le altre celebrazioni. Dalla festa del Lavoro, alla festa della Repubblica, a quella della Donna. Insomma, un sacco di occasioni per cantare le lodi e rendere grazie, a fondamenti della civiltà che ormai nessuno rispetta più. Forse in quest’ottica, a nessuno è venuto in mente di fissare un giorno di gloria, per i vivi. Nell’ottica del risparmio. Inutile darti la paghetta se poi me la spendi in bambole. Essere vivi di questi tempi non è, nè facile, nè certo. Molto più spesso, siamo più che alto presenti, frequentanti, credenti ma non praticanti. Il resto dei giorni guardiamo la tv. Al dì di Ognissanti, il pomeriggio è dedicato, con una mezza giornata d’anticipo – o extra? – alla commemorazione dei defunti. Il giorno successivo sarebbe quello ufficialmente dedicato ai defunti. Ho cercato delle motivazioni logiche a questa invadenza e la risposta con più senno che ho saputo darmi, è che, probabilmente, in ogni morto, ci deve essere un che di santità. Quantomeno, per il fatto di aver cavalcato, se non con destrezza, perlomeno con costanza, l’infame somaro dell’esistenza. Quantomeno, per non aver ecceduto con le lamentele, circa l’onerosità del biglietto e la non presenza della destinazione, su google maps. Forse semplicemente, il due novembre, con un po’ di culo, ci scappa ancora una gitarella. Teniamoci liberi e tanti cari fiori al nonno.
Mi inquietà e mi incuriosisce, questo improvviso e devoto affetto per i defunti, seppur per una mezza giornata, rapportato, con la superficiale attenzione verso i vivi, attiva per i restanti trecento e sessantaquattro giorni solari.
Che ci volete fare. Mi piace andare a fondo delle questioni quando, in alternativa, mi servirebbero venti centesimi per cancellare il retro di un gratta e vinci. Tre stelline,un topolino, il trapano. Hai vinto un altro boero.
Le sghembe intensità e passioni umane sono fonte di sorpresa, panico e riflessione. Al di là dell’affetto e del rimorso, dell’insegna ammonitrice di nostro signore che lampeggia dinnanzi casa, al di sopra dell’economia dei fiorai e ben oltre quella superstiziosa mano sulle palle, cos’ha un morto più di un vivo?
Non vorrete anche la risposta!
Sto guardando il Grande Fratello.
Quando finisci per scrivere con una certa eccessiva frequenza degli stessi argomenti, deve sorgerti con puntuale tempismo, qualche dubbio. La fortuna sarà, che con uguale celerità, avrai già le risposte al quesito. Risposte fra le quali orientarti, sulle quali specchiarti e infine, scegliere. Chiaramente, i motivi non possono che essere due. O hai poche idee, e un punto d’osservazione sulla ricchezza d’accadimenti del pianeta, quantomeno limitato, o la cosa ti sta davvero a cuore. Stare a cuore, tra l’altro, è uno di quei modi di dire, che una discreta tecnica di scrittura, prevedrebbe di evitare. Il cuore, nella sua versione non muscolare, è un termine così logorato dall’uso, da essere ormai totalmente svilito di ogni significato.
La cosa che mi sta sul culo quindi, è questa irrefrenabile e dilagante, poca propensione, ma forse meglio dire, repellenza, al contatto sociale. La comunicazione per dio! Ci risiamo. L’argomento mi picchia proprio forte in testa, al pari della giornaliera fascia d’emicrania, tanto che il sospetto che i due eventi siano in correlazione, sta divenendo più che un’ipotesi. L’ipotesi è femmina? (Ho scelto la risposta SI, perché “ipotesi” mi fa pensare ad “indecisione”, ed “indecisione”, qui non ci sono dubbi, è femmina tutta la vita. Il cromosoma femmina in questa correlazione è ereditario).
Al corso di fotografia la dea bendata è stata benevola al limite dello sperpero, in quanto a composizione del gruppo e scelta degli iscritti. Quattro maschi, sedici femmine. Da stropicciarsi gli occhi e pettinarsi il pelo sugli avambracci. Facile all'entusiasmo, il ragazzo è però presto stato rispedito sulla terra, causa prevedibilissima foratura delle prospettive. (Questo, si badi, è un discorso che va al di la, anzi, non entra proprio, nell'ottica della conquista sentimentale e/o sessuale. Qui si dibatte di rapporti senza scambi di fluidi vitali). Al termine di ciascuna delle prime tre lezioni, l’invito dell’insegnante a fermarsi per il goccio della buonanotte, due chiacchere, una spiegazione aggiuntiva, è passato inascoltato, dritto per dritto, come un giro di vento in una fila di pioppi maldisposti. Per tre volte, la scena ripetuta con coraggio, si è risolta con i medesimi tre sparuti avventori, un locale minimal per aperitivi, arredo in bianco, discorsi rapidi ad esaurirsi e al divenire ripetitivi. Io, l’insegnante, l’amico di lui. Il cinquanta percento dei maschi ha dato forfait. Questo è forse più sorprendente della totale assenza delle ragazze. Valori lontani dalla più pessimistica delle medie sociali, in ogni modo. Dieci di sera e un coprifuoco che neanche in tempi di crisi bellica. Dopo il secondo incontro ho smesso di sorprendermi. Noto dalla non partecipazione alle lezioni, - aliti asciutti che mi gravano sulle spalle, movimenti nervosi sulle sedie e pochi altri segnali di vita – una totale assenza di entusiasmo. So a partire da che cosa ma non fino a che cosa. Siamo qui, avviate pure la mungitrice automatica e dateci la soia sul nastro. E’ tutto un assorbire nozioni, passivo, tra sbadigli trattenuti e aria che va via via viziandosi. Eppure mi dico, è stata una libera scelta, quella di voler apprendere, consci della conseguenza, di doverlo fare in un gruppo. Eppure, ancor di più, il voler imparare delle nozioni di fotografia, mi farebbe presumere un certo interesse per la comunicazione, seppur in una delle sue forme più silenti. Invece nulla. L’immagine non si coniuga con l’uso del verbo a quanto sembra. Anzi, è probabile che ne sia una voluta alternativa. Tempi di crisi e di rarefazione. Mea culpa. Traviso gli obiettivi. Forse l’utilizzo delle medesime forme d’espressione si ferma alla pura, casuale, comune scelta della tecnica e non da adito a punti di contatto extra, dati dalla coincidenza della scelta. Forse, il primordiale bisogno del gruppo sociale a scopo protettivo, sta venendo meno. L’individuo ritesse lentamente il suo bozzolo, mummificandosi all’interno.
Alla fine della quarta lezione la scena è stata riprovata, riuscendo nella sua versione peggiore. Piove, un velluto di nebbia, lampioni scheletrici, toni d’arancio e sabbia, strade lucide di pioggia. Una gran fotografia ma per il solito copione. Anzi, ci manca pure il terzo, e in due si fa presto a decidere, di tornarcene mestamente a casa, asciutti e puntuali.
Nella composizione di una fotografia, vi sono quattro punti di forza, in cui il soggetto va preferibilmente posto, dati dall’incrocio di due linee verticali e due orizzontali, ipoteticamente tracciate ad eguale distanza, in modo da dividere, l’immagine visualizzata in nove spazi.
Attenzione però. Per quanto seguiate le regole, di questi tempi è alquanto difficile trovare soggetti con carattere.
Cara Banca.
Ricevo qualche ora fa, unitamente all'estratto conto mensile, il conto scalare. Lo apro e già alla prima occhiata, non può che sfuggirmi un sorriso. E' un sorriso sarcastico, naturalmente.
ZERO VIRGOLA QUINDICI PERCENTO.
Mi vien quasi da ridere li per li. Un euro e settantadue centesimi di dividendi.
Penso: -se aprissi un conto in Africa, forse un paio di banane me le darebbero, vigendo ancora il baratto. Non faccio nemmeno la verifica, ma non mi ci vuole molta memoria per ricordare che lo stesso tasso, un anno fa, quando il mio conto corrente era, per assurdo, più scarno, stava almeno sull'1,5 %.
Questa non è una comunicazione atta ad avere una qualche sorta di spiegazione, o tanto peggio, di giustificazione, intendiamoci.
La risposta suppongo sia semplice. La colpa è essenzialmente mia, che sono un correntista poco presente e non molto interessato allo stato delle sue finanze. Il cliente ideale per una banca credo, libera così di applicarsi in trucchetti di bassa lega, come in questo caso.
Vorrei sbagliarmi, magari vi è una qualche clausola contrattuale per la quale il tasso applicato diminuisce proporzionalmente all'aumentare della cifra depositata. Se così fosse, sarò felice di porgere le mie scuse. Diversamente non rimane che prendere atto, fissare un'ulteriore certezza, in merito al funzionamento del meccanismo.
Siamo poco attenti, ma non del tutto fessi, però, ricordate.
Come degna chiusura a questo, comunico che col nuovo anno, mi adopererò per l'estinzione del conto e il suo trasferimento, presso una vostra concorrente, unitamente al mutuo presso di voi contratto. Pur convinto che la cosa non mi varrà alcun vantaggio, ne economico ne di trattamento, lo farò unicamente come segnale, del tutto personale.
Se non fossi "economicamente pigro" e altrettanto poco interessato all'esposizione mediatica, questo spiacevole accadimento sarebbe il pasto ideale per le rubriche del lettore, dei quotidiani locali della domenica, converrà con me.
Ma lasciamo stare. Travolto dalla massa sto diventando individualista a mia volta, e inizio a credere che le persone debbano capire da se, senza che alcuno gli debba, di volta in volta, scoprire parte delle carte.
Scrivo a lei, in quanto mi dicono in filiale essere la responsabile del mio conto.
Cordialmente saluto.
Il termine democrazia deriva del greco δῆμος (démos:) popolo e κράτος (cràtos:) potere, ed etimologicamente significa governo del popolo. Non è evidente, ma si può supporre sia sottinteso all’interno del concetto, che tale punto d’arrivo debba essere raggiunto e conquistato dal popolo stesso. Con la presa di coscienza, la conoscenza, l’impegno, la lotta, che partendo dal singolo “illuminato”, arrivino – in un tempo x - ad un interesse e un adoperarsi, maggioritari, e conseguentemente, vincente. La durata del fattore “X” – che prendendo ad esempio la repubblica italiana – può necessitare una gestazione di svariati millenni, diventa, quando lo scopo di lucro dei paesi civilizzati e civilizzatori si fa impellente, assolutamente variabile, tendente al minimo, di un impazienza e urgenza, a dir poco sospette. Non vi sono motivi, né morali, né umanitari, sociali od economici, di punizione postuma o per salvaguardia anticipata, che possano permettere a stati od organizzazioni – che con più o meno diritto si possano ritenere superiori o giustificati – di mettere le mani sul delicato meccanismo temporale di evoluzione di una nazione, nel tentativo di variarne, le tempistiche. Forse più correttamente si dovrebbe dire, - seppur le motivazioni vi siano – (soprattutto in ambito umanitario), il divieto deve ugualmente vigere. L’evoluzione di una nazione è l’amplificazione allo specchio, dell’evoluzione del singolo individuo. Tempi e modi di quest’ultima, storicamente, sono influenzati da fattori naturali originari. Dai suoi albori, l’evoluzione della specie è legata al territorio e al di questo conseguenti accadimenti. Credo si possa definire una sorta di biodiversità. E’ un’evidenza storica, come le lotte intestine all’interno di un popolo, non possano fare a meno del sopruso, della violenza, dell’organico bisogno di dominio dell’uno sull’altro che caratterizza ogni esperienza umana. Nel corso dell’evoluzione, l’istinto di sopravvivenza, la ferocia animale primordiale, si sono adeguati ai tempi, ammodernandosi per così di dire, diventando prima tirannia militare, per sbocciare allo stato attuale, nel più elegante, diritto di dominio politico. E’ innegabile, tutti, compreso l’ultimo, stadi ben lontani da quella che dovrebbe essere l’esperienza democratica, sia essa intesa nel puro senso politico, ma ancor più per quello sociale. Ma come un malessere interiore, le risposte esistenziali, - il culmine degli interrogativi umani, per farla semplice -, le cui soluzioni devono essere trovate dal paziente entro i propri confini, tra il caldo delle viscere e sopra la tensione delle fibre, così il percorso verso l’equilibrio di una comunità, non può che essere unicamente dipendente dalla comunità stessa. (Parliamo di comunità solo come semplificazione, ben consci di quali siano, le aggiunte di difficoltà, che il concetto di confine nazionalistico, di patria nel suo senso geografico di conquista, aggiungano alla già improba impresa.) Prendendo come esempio l’ultimo mezzo secolo, che è generosamente ricco di altrettanto generosi e farlocchi atti di misericordia dell’Occidente, attenzioni molto interessate verso piccoli stati Lolita, tanto bisognosi quanto evidentemente possibili dispensatori di grazie, è dimostrato e dimostrabile come la pacificazione armata, i tentativi di accelerazione del processo democratico, siano stati del tutto fallimentari, sia nei risultati, sia nel maldestro tentativo di occultare, le vere ragioni dell’intervento. I bagni purificatori nel sangue, non sono che il rigetto di un corpo complesso dinnanzi all’innesto – invasivo – di un corpo, ipoteticamente funzionale, estraneo. E’ indiscutibile che un organo, anche parzialmente sano, alla parte debole (ma senza diritto di rappresentanza) sarebbe comunque gradito. Da malati si bada certamente meno a questioni etiche o morali, meno alla dignità e più alla sopravvivenza. Ma da chi sta lottando per la vita, regresso o forse mai partito da quell’istinto primordiale, di lotta individuale, si può forse pretendere una nuova, rapida, motivata, insurrezione contro idee e stabilità secolari? Gli aumenti di velocità provocano su passeggeri poco atti agli spostamenti, sorte di mal d’auto, di mare, d’aereo. E per concludere, nella strenua ricerca di un risvolto postivo che sembra non esserci, ecco che non lo troviamo, nemmeno in casa nostra. Ci rimangono lacrime previste di vedove, e di coccodrilli. Occasioni per nuovi teatri politici e morali. Un funerale di stato. Paracadutisti dopo il presentatore americano. Rigore e tv show. Quel che offre l’attuale democrazia.
Al paese di Darna, ce ne è di gente strana. La statale ci sfila in mezzo lastricata, diventa un budello ad ostacoli, come un’arteria col colesterolo alle pareti, e nessun Little Tony a bersi un salutare jogurt. Cuore matto. Ti tocca guidare talmente prudente, che hai tempo di osservare bene. Slow motion. A Darna perfino i gatti non sembrano tutti in bolla. Attraversano la strada con la flemma di un vecchio del sud, ruffiani come una vicina di casa del nord, strascicando i polpastrelli felpati sui sampietrini, come una nonna con la flebite che ciabatta sul palchè. Nel mentre di tutto questo, ti fissano con aria di sfida al pari di un pedone metropolitato, ben certo dei propri diritti di prelazione sull’innervosire. Frequente li trovi direttamente seduti in posa egizia sulla striscia bianca di bordo strada. Sfrontati come un vecchio paracarro in pietra, incombenti e votivi come un bronzo lungo una appia della Roma imperiale.
E i gatti sono niente. Dovreste vedere la gente. Sembra un borgo di picchiatelli. Forse troppo esposto al vento, o con un elettrodotto a bassa quota incombente, magari più semplicemente con troppi rapporti incestuosi negli anni che furono, cromosomi imparentati troppo in confidenza, e adesso, strane lacune che vedi, leggi, non ignori, su facce sghembe, capelli isterici, dentro strati a cipolla di un vestire al limite del trasandato, dietro occhi a volte troppo svelti, altre semplicemente fissi, lontani, assenti. A Darna un filo di normalità lo scopri fra gli stranieri, gente insediata da poco, tra qualche giovane vestito ad una presunta moda, tra le ragazze, carine, piacenti o clamorosamente brutte, che se la tirano, come, più, che in altri posti e ti guardagno in cagnesco, così, come primo presupposto di un impossibile contatto. Forse la più normale, e questa è davvero grossa, è una tizia albina che qualche volta si vede in giro. Una pecora nera atterrata in un gregge di bianche neozelandesi con il vizio delle lampade abbronzanti, e il cane pastore, che si chiede dove stia la normalità. Una svedese ossigenata, diretta in Romagna, e rimasta bloccata, chissà per quale sfiga, in questa terra di mezzo, dove gli alberi non parlano, le paludi non ribollono, ma qualcosa di strano c’è, un segreto collettivo nascosto, un inceppamento temporale, l’effetto collaterale della noia, sfatti, orrizzontati, due di bastoni, occhi sbarrati, soffitto, tremorio degli arti, overdose.
All’inizio del paese, per la verità ancora prima del cartello che ne delimita l’inizio, quindi, in un apparente zona franca, c’è il casermone dei Baccani Contini. Teoricamente, nell’idea del progettista, e si suppone, dei vanitosi commitenti, doveva assomigliare a qualcosa tipo una villa, una residenza di lusso. Lo stemma di famiglia in cemento armato e balconi fioriti, in perenne memoria. In realtà, per la sua mole rigida, ricorda più un albergo di quei posti poco turistici, dove gli alloggi per vacanzieri, appaiono più una cosa dovuta, come un punto di pronto soccorso, una piazzola di sosta per viandanti, che una vera operazione commerciale. Nella sua goffagine estetica, ricorda un ciccione in abiti fantasia, che tenta inopinatamente di mostrarsi elegante, sopra uno sfondo nero. I Baccani Contini sono la famiglia più ricca di Darna e lo danno volentieri a vedere….
(..to be continued)

Ci siamo presi una vacanza dalla vita.
Quotidiana.
Non fiori, non opere di bene,
peccate in maniera originale.
Qualche mese fa mi si è presentato alla porta un tizio. Più correttamente, si dovrebbe dire che me lo sono trovato dinnanzi sull'uscio, mentre me ne stavo uscendo di casa. In fondo alle scale, ho tirato la porta ed era li. Col suo dito indice, e la mano intera e anche i vestiti, sporchi, sporchi di quel nero che si accumula sui vecchi solo per il fatto di essere tali, stava, nel fotogramma precedente allo suonare il campanello. Lo ho anticipato. In piedi, sul primo dei due gradini esterni, una corda lunga qualche metro, arrotolata sopra la spalla sinistra. All'estremità, un gancio arrugginito, una sorta di arpione. Non ricordo se portasse qualcosa nella destra. Ci siamo guardati. Lui aveva la faccia rubiconda, l'espressione sbronza dei vecchi del bar, i vecchi del tresette e del rosso, il bar deserto nella strettoia del paese. Mi sembra eccessivo, ma credo avesse anche un sorriso. La stessa espressione di un vecchio conoscente che ti si fa di fronte con una mossa preparata, dopo qualche anno. Uh Uh! Sorpresa!
Sono venuto per la neve, mi ha detto.
Ho inclinato la testa verso destra e arcuato le sopracciglia come se da quella diversa angolazione avessi potuto trarre maggior significato da quella comunicazione. Era inverno. Neve in effetti ve ne era, cadaverica ma discretamente conservata, in abbondanti cumuli sul fianco della strada, contro le case, messa all'angolo, suonata come un pugile, giustificata unicamente dove non potesse dare fastidio. Il resto era ghiaino sottile, sparso ovunque, che se non t'ammazzava il ghiaccio, ci avrebbe pensato lui.
In risposta alla mia perplessità, il tizio ha indicato qualcosa sopra la sua, le nostre teste. Dalla falda a nord del mio tetto, suppongo per i normali fenomeni notturni e diurni di gelo e disgelo, una lingua di ghiaccio e neve, penzolava, via via che passavano i giorni, sempre più lunga, sempre più sporgente, nel vuoto. Sarebbe crollata a terra, com'era inevitabile, prima o poi, al termine del suo ciclo vitale, com'è per tutti. Era spettacolare a vedersi, con la sua parte inferiore lucida di ghiaccio e perfettamente ondulata dallo scorrere sulle tegole e la sommità, abbagliante, neve candida e molle, trafitta da grissini di luce, aromatizzati all'ozono. Avevo scattato anche delle foto e non era, ne per me, ne per nessun altro, realmente pericolosa, a patto di non aspettarla, li sotto, come una fidanzata tardiva, perfettamente messi in verticale sulla sua parabola. In quel piazzaletto eravamo ben in pochi a necessitare di transitare in realtà, ma già da qualche sera, conciliaboli di cassaintegrati e prepensionati, si erano formati a varie ore, appena fuori dall'arco di tiro, dell'ipotetica catastrofe. In consulto, come davanti ad un improvviso bubbone pestilenziale, ad una destabilizzante eruzione cutanea sulla pelle di una sanissima diciottenne. Pensierosi e desiderosi di dare una soluzione al problema e alla noia delle seppur brevi giornate di gennaio, avevano rimuginato e millantato soluzioni e infine fallito, anche con la lunga latta in legno che generalmente si usa per battere i ricci sui castagni. Avevo iniziato a sperare che avessero definitivamente desistito e invece eccoci qui.
Seppur non lo vedessi a figura intera da quando ragazzino, poco distante da casa sua, tiravo pallonate ai gerani della signora Elsa, e nonostante nell'ultimo decennio mi fosse sfilato a fianco frequente, ma sempre dentro la sua motoretta verde a tre ruote, mi parve di riconoscerlo. Era lo sporcaccione del quartiere.
Al paese ogni quartiere, ogni via, ha il suo vecchio maiale. Settantenni con ancora qualche appetito, improvvisati voyeur, artisti della mano morta, maestri del doppiosenso. Robe così, niente di grave sotto il sole, in realtà. A quanto si mormorava in giro, al Sig. Berri, uno sfortunato pomeriggio, era caduto un giornalino porno, qualcosa tipo Le Ore Mese o Stantuffami, dalla finestra, giù sul sottostante terrazzo dei vicini. Imbarazzante, non c'è che dire. Questo era bastato, ma vi assicuro a volte basta anche molto meno, per una revisione generale e generalizzata, del suo curriculum. Al paese esiste un solo, rapidissimo, grado di giudizio, nel quale, la presunta innocenza, non è, ne il punto di partenza, ne tanto meno quello di arrivo. Nessuno che si sia preso l'onere, ad esempio, di verificare se le pubblicazioni porno, abbiamo capacità di volo anche dal basso verso l'alto. Proprietà di decollo, signor Giudice. Considerata la quantità di uccelli contenuti, terrei a non escludere l'ipotesi.
Chi ti ha mandato? gli ho chiesto.
Con lo stesso indice con il quale poco prima aveva sfiorato il campanello, ha indicato, braccio teso verso sinistra, l'ingresso dei miei parenti.
Ah! Ho annuito. Per quanto mi riguarda, per quel che è la mia parte di quota della copertura, tu li sopra non ci sali. Non voglio avere grane per uno che si fa un volo dal mio tetto, gli ho fatto presente.
Ma!, ha tentato di protestare, indicandomi la corda.
Era così consunta e lui così convinto di far bene, che non so quale dei due, mi trasmettesse meno fiducia.
Vai da loro, ho fatto cenno con la mano, e se si prendono la responsabilità, fatti dare le chiavi, ho chiuso con decisione.
Io non ti faccio salire, ho aggiunto, facendogli tintinnare le chiavi davanti. Poi gli ho sorriso, come dire, son fatto così, non ci puoi fare nulla, mentre accennavo ad andarmene. Mi ha guardato ancora una volta, mentre mi faceva passare, per tentare di farmi cambiare idea, con uno sguardo da marmocchio deluso, in parte rassegnato, a cui rimane come ultima drastica soluzione, il mettersi a frignare.
Dai, gli ho detto, che fastidio vi da?
Ieri verso mezzogiorno sotto casa mia c'è stato un incidente.
Il sig. Berri, con la sua motoretta, ha saltato l'ennesimo stop e ha tirato sotto una bambinetta in bici. Non so se è morta.
Mia madre mi aveva già messo a conoscenza di tali scarse doti di autista, - quello è un pericolo pubblico, sulla strada - e di altre faccende più dubbie – mi chiedo dove andrà tutte le mattine alle quattro e quaranta con quella moto – riguardanti il Sig. Berri. Non le avevo chiesto in effetti, se ci fossero novità sulla sua passione per l'editoria vietata ai minori.
Quando sono arrivato, c'era una gran confusione visiva: vari gruppi di curiosi, del personale medico, gli sbirri. Il silenzio invece, era il solito, quello delle dodici e dieci. Meno del solito, ecco, c'era forse il tintinnio delle posate sopra i piatti. Per il resto, bonaccia acustica. I vecchi facevano i vecchi, sguardo basso, mani dietro la schiena e oscillazione paranoide. Le donne facevano le donne. Non riuscivano a stare zitte come al solito. Si mormoravano da bocca ad orecchio, frasi piene di esse fischianti fra denti e gengive. I lampeggianti blu, dal canto loro, lottavano storni e demoralizzati contro il sole a picco di luglio.
La bici della Barbie, rosa e bianca ad eccezione del cestello in vimini, rosso, stava adesso appoggiata contro il becco della Apecar, storta e attorcigliata quasi artisticamente. Qualcuno aveva sparso sull'asfalto della segatura, per asciugare del liquido che mi pareva troppo colorato per essere olio motore. La madre della bambina era stata fatta sedere sul gradino esterno di casa mia e due operatrici se ne stavano prendendo cura accarezzandole alternativamente, l'una la testa, l'altra il dorso dell'avambraccio, tenendole le mani, per tranquillizzarla.
Sembrava che tutti stessero aspettando qualcuno, o qualcosa, un evento riparatore o più semplicemente un rompete le righe. Ma sembrava esserci un ritardo generale, un rischio incombente di fecondazione. Io aspettavo semplicemente di poter entrare in casa, dato che mi sembrava scortese far spostare quelle persone, per un bisogno seppur primario, come mangiare. Così ho aspettato, pensando a qualcosa, che non poteva essere niente, perché il niente si sa, è un po' anche il tutto, ed ad entrambi, comunque, riesce benissimo di riempirti la testa. E' probabile pensassi a qualcosa da scrivere, qualcosa di triste, risaputo com'è che le arie funeste finiscono per renderti melanconico, anche se hai poco da centrarci, tu, nello specifico caso.
Pensavo così, finché ad un certo punto è arrivato un terzo operatore che si è accovacciato davanti al mio ingresso dove stavano le colleghe e la madre. Ha sussurrato qualcosa e allora la madre è saltata su in piedi e si è divincolata da quelli che la volevano calmare e ha iniziato a urlare, lo ammazzo, lo ammazzo.
Sola, in mezzo al piazzaletto, imprecava e agitava i pugni contro qualcosa a mezz'aria, qualcosa che poteva essere un misto di orizzonte vicino, di case e facce, di parti di cielo e acciotolato, ma forse era semplicemente qualcosa d'altro, il Sig. Berri che nessuno sapeva dove fosse finito, lei e i suoi rimorsi di madre distratta, o chissà che altro. Il brusio è aumentato all'improvviso ma così come s'era alzato in fretta quel ronzio s'è disperso e con lui tutta la gente, finché son rimasto l'unico, li in piedi, davanti a casa mia, senza saper che fare, che ormai la fame m'era passata. Ho guardato davanti a me e sulla porta d'ingresso ho visto ancora attaccato il cartello che avevo messo durante l'inverno. Il cartello recitava “Attenzione la caduta della neve dal tetto, colpisce sopratutto i curiosi”.
L'abilità – tra l'altro involontaria – di Samantha (Samantha con l'acca) era quella di distrarmi nel bel mezzo di ogni discussione, seria, che cercavo di imbastire con lei, sbagliando un congiuntivo. Non era di certo una cosa voluta, una strategia per l'occasione, dato che non ne azzeccava uno, dato che li sbagliava indifferentemente, ordinando i caffè, cambiando il canale del televisore, insomma, sempre, tutti. Avevo cercato di correggerla per l'intera prima settimana, irreprensibile e severo come un professore ligio alla cattedra e agli odori delle stanze chiuse, per una sorta di dovere morale, sociale, culturale. Non puoi semplicemente portanti a spasso preparata, abito, trucco e un bel culo, cristo! le dicevo. Sbuffava! Tutto qua. Sbuffava. Uff! E un alito caldo alla fragola mi filava dritto su per il naso. Ma dai! Precisino. Samantha si esprimeva in concetti per post it, in espressioni caratterizzate per fumetto. Suono onomatopeico, verbo, soggetto, faccia buffa. L'idea di una storia leggera per l'estate, iniziava a pesarmi.
Sono almeno il venti per cento meno fesso di quel che credi. Non pensare non abbia notato, come vi guardate, tu e il. Il perfettino lì, coso. Riccardo. Riccardo già. Già. Riccardo. Riccardo è il tipo d'uomo che da uomo onesto ti fa dire. Ok, gliela do vinta. Aspetta. Tentenno giusto quell'attimo, magari si tradisce un difetto. Ok, finito. Vai. Riccardo. Bello, intelligente affascinante, acculturato, sportivo, socialmente impegnato. Ma non noioso. Sorriso malandrino, aria dannata, fumatore. Mediamente stronzo, quel che serve per l'immagine. Riccardo. Un elenco non alfabetico dell'intero panorama degli aggettivi qualificativi più odiati da quei barocchi degli avvocati. Riccardo piace anche a me. Da uomo a uomo, quel che è giusto, va ammesso. Ti rode un po' il culo, ma è come quando arriva l'ippopotamo dominante e tu stai li, con la tua Palio Weekend. Fanasca diversamente direbbe: quello lì un figo? Non sono mica ricchione. A me mi piace la figa. Brutti e bruti, che ci vogliamo fare. Insomma ti stavo dicendo. Visto l'andazzo e immaginati i naturali sviluppi, mi sono premunito. Ho frecce al mio arco. Per la verità una, ma ben appuntita. Insomma. Sappi che come precauzione, io ti ho già tradita. Per avere la serenità di essere già in pari, quando sarebbe successo. Tutto qua. ( In realtà non è niente vero. Non saprei dove trovare un altro straccio di donna per poter realizzare la tresca, così come non ho mai saputo trovare il coraggio. Sono un uomo misero, alla frutta, ma conscio. E' l'unica qualità che credo di avere, la sensazione della realtà. Deborah (Deborah con l'acca) è tutto ciò che ho realizzato e che mi resta. Era inevitabile che la perdessi, è come un anello largo in un dito monco. Volevo solo non essere l'unico triste, tutto qua. Non è piacevole essere gli unici tristi. Uno si accontenta anche di essere sfigato, se sa di non essere l'unico)
“ ..era stata condannata a vent’anni per spaccio. Evasa, si era costruita, una nuova vita. Un nuovo nome, una famiglia. E' stata casualmente identificata a tre decenni di distanza grazie alle impronte digitali. Ora, cinquantenne, dovrà tornare in carcere per finire di scontare la sua pena”.
Vi dirò. Per quel che è stata la mia esperienza, non vi è alcuna sostanziale differenza tra il carcere e l'ipoteticamente libera, vita esterna. Di più, per turbare le vostre convinzioni, aggiungerò che se proprio stiamo a parlare di vita nel suo significato più vivo, vissuto, degno e sudaticcio, le uniche persone riuscite in tale intento, la sottoscritta, le ha incontrate al fresco. Non la si può dibattere, ovviamente, in termini di moralità, regole, divieti, cioccolatini premio della nonna per la buona condotta. La popolazione carceraria non è per il controllo del colesterolo e per il salutismo. La popolazione carceraria sa. Sulle braccia e sui polpacci, sulle schiene e pericolosamente vicino al cuore, noterete frequente, la perizia o l’improvvisazione del tatuatore. Scoprirete nomi di figli prematuramente abbandonati, buoni propositi, incitamenti a nuove virtù, vecchi loghi nostalgici, l’immancabile nome della madre. E’ tutto un trucco. Elaborato fondotinta per gli occhi affaticati della sera. Tatuarsi è l’unico modo possibile per occultare alla vista, la rossa e indelebile abrasione lasciata sulla pelle, dalla vita. Questa è la verità. Al momento di ogni suo passaggio, di ogni incontrarsi programmato o dello scontro fortuito dietro l’angolo, l’esistenza ti segna a fuoco. Come quadrupedi da allevamento col marchio di qualità ben in vista sul fianco del culo. Difficile dire se sia per una questione puramente estetica o per la naturale repulsione del dolore, che tendiamo ad evitare questo appuntamento optando più comodamente, per delle meno invasive, cosmesi del corpo e stasi dello spirito. Difficile dire e scorretto giudicare. La stessa sottoscritta e qui benparlante, ha preferito appisolarsi nel limbo dell’eterna attesa, dopo le sue peripezie. La non vita causa dipendenza e non vi sono strutture per la disintossicazione. Dovremmo pensarci. Di tanto in tanto alle perfette famigliole, ai pensionati annoiati del bocciodromo, ai giovani in cerca d’identità, si dovrebbero proporre due settimane di soggiorno spesato al carcere cittadino. Vi garantisco che è come un cambio completo di sangue. Più ossigeno, globuli rossi vispi come spermi, un grandangolo professionale montato sul vostro vecchio punto di vista. Se c’è un’evidenza che si smaschera definitivamente mentre stai giocando sporco è che l’uomo, - nelle sue, incoscienza, innocenza o ignoranza, chissà? - è stato davvero un maestro nel complicarsi l’esistenza. Un creato rivisto e rivisitato in sette millenni comprese le domeniche: gabbie, limiti, vincoli, doveri, abitudini, sicurezze, stabilità. Tutto quanto insomma, volenti o nolenti, finiamo per fantasticare, rincorrere e infine accarezzare, per interi decenni, dall’età della ragione sartriana, all’orizzontale finale. Un percorso parabolico, passato a spingere il masso di Sisifo lungo l’ascesa. A fuggire quello di Wile E. Coyote nella discesa. E mi sia perdonato lo sfrontato accostamento.
Sono stata costretta dall’educazione – militaresca da parte di padre e cattolica da parte di madre, - a comportarmi da brava ragazza fino all’undici febbraio dell’anno 1964. Non che i tiranneggiamenti quel giorno siano improvvisamente cessati per una folgorazione collettiva sulla via di Damasco. Sarebbero durati ancora ed ancora, e sicuramente insisterebbero a tutt’oggi al pari del coprifuoco delle diciannove di un eterno periodo bellico. Avevo un carattere remissivo da gatta domestica, un posto riservato sopra la credenza, nessun grattino sotto il mento in cambio. Sarei finita per diventare, una cinquantenne prematuramente invecchiata, segregata in casa, irrecuperabilmente zitella. Senza uno straccio di pisello o di marito, mi sarebbe rimasta la sola incombenza di portare a spasso le dentiere traballanti dei due vecchi. Viale dopo viale, sempre controvento, nella paziente attesa che la folata giusta mi levasse l’onere di attendere, la fine della candela. Fortunatamente, l’undici febbraio 1964 al Washington Coliseum in Washington, D.C. si tenne il primo concerto americano dei Beatles. Io dei Beatles, non sapevo nulla. Mi chiamavo Maria Walsh, avevo diciotto anni non festeggiati con le amiche, e circa a metà pomeriggio, dopo aver eseguito tutti i miei doveri di ubbidiente e integerrima figlia, mi stavo avviando a compierne un altro, l’ennesimo della mia giornata. Camminavo lungo la strada principale del paese, in direzione della chiesa. Pasqua si avvicinava e le prove del coro parrocchiale avevano ormai assunto cadenza giornaliera. Nostro Signore non merita stonature, diceva mia madre. Cantai, non c’è che dire. Per dio se cantai. Con qualche ora di ritardo e non sul fianco dell’abside, ma cantai. Una sardina bianca di sale in una latta di colleghi sottolio. Un’orgia di corpi eccitati, lucidi di sudore, chimicamente assenti ma assolutamente ricettivi. Cantai un ritornello fino ad allora sconosciuto ma facilmente orecchiabile. Era Love me do. Love, love me do, you know i love you. E via dicendo. Suppongo lo conosciate. Tutto sommato credo, anche a Nostro Signore, non sarebbe dispiaciuto. Sempre di amore si tratta no?
Vi chiederete ora come la sottoscritta, sia finita a Washington, D.C anziché alla Sant’Anne Church quel giorno. Vi verrà anche il dubbio di perché e con quali motivazioni si sia ritrovata, qualche giorno dopo, in carcere con una pluri decennale pena, incombente. Vi incuriosirà soprattutto conoscere come, dopo un anno di detenzione, si sia scoperta improvvisamente e illegalmente libera. Vedete, la morbosità con la quale ci interessiamo agli accadimenti più o meno intimi delle vite altrui, non è che l’alternativa, a basso rischio e consumo, ai nostri irrealizzabili desideri di fuga dalla normalità. La polvere ci pesa sulle spalle ma alzarci e scuoterci per farla cadere farebbe raffreddare il giaciglio sotto le nostre flaccide chiappe. Molto meglio aspettare che il fiato di una risata lontana, un alito caldo di champagne e fragole, muova un po’ d’aria. Quel che è accaduto, è molto più banale di quel che possiate immaginare. Fantasticare, è comunque un’ottima alternativa, un buon esercizio, e soprattutto è esentasse. Mi sono spesso fermata a pensare che ne sarebbe stato di me se quel giorno. E se in quell’altro. Ma sapete: la decisione giusta risulta tale solo a fine esercizio. E non è detto sia fra i fattori dell’operazione. Si finisce per voler riscrivere il proprio passato perché si è ben consci di quanto sia obbligata e uguale per tutti, la scritta The End dopo i titoli di coda. Aspiriamo tutti ad essere romanzieri di pagine personali mai scritte, su fogli di carta non duplicabile, con copertine che lascino il segno. Aspiriamo ma ci scordiamo di espellere l’aria viziata, accontentandoci infine di una tiratura da grande quotidiano. Cinquecentomila copie, dal tabaccaio o spedite in abbonamento postale. Da consumarsi preferibilmente nelle ventiquattro ore.
Dicevo. Una vicenda banale, e per certi versi degradante, se la si guarda da un punto anche solo mediamente bigotto. Femminile o maschile, non importa. Una buttana mi divenisti, ricordo disse mia madre. The bitch of the family, per mio padre. Feci un uso più che legittimo del corpo, per come la vedo io, ora come allora, un uso naturale, carnale, vivo, spregiudicato e piacevole, assolutamente piacevole, ve lo posso garantire. Ve lo posso garantire care amiche, per quanto io sia convinta che voi lo sappiate benissimo. Lo sapete ma vi hanno educate a dimenticarlo e ad essere istruttrici a vostra volta di eterne amnesie generazionali. Ma sempre di peccato originale si tratta e l’originalità è difficile da stabilizzare. Fu in sintesi, una questione di seno. Seno inteso come ragionamento applicato ad una fortuna naturale che consisteva in carne, carne al posto giusto, e ossa ben modellate. Mia madre, nella disgrazia che improvvisamente per lei rappresentai, ebbe il grosso torto di trasmettermi attraverso il suo sangue, i suoi geni mediterranei. Labbra voraci, petto florido e fianchi larghi quel tanto, da far si che gli uomini si potessero tener ben saldi. A mio padre non bastò mandarmi in giro vestita come un aspirante conventista di clausura. Mio padre che poi era costretto a spiarmi da dietro porte socchiuse. I ragazzi con caschetto, i fabolous six di quel furgoncino Wolks, così come il direttore del carcere, avevano sufficiente fantasia per andare oltre quei poco femminili vestiti. Quel che successe nel durante e nel dopo, i perché e i come e i se, sono solo dovuti all’incontrollato movimento nel sonno, degli arti dell’universo. E all’assoluta volontà della sottoscritta, di non interferirvi in alcun modo. Fu una sorta di zona franca, libera da scalette, divieti di sosta e rimozioni forzate. Una deriva molto ventosa, in barba alle rotte e alla stella del nord. Ventiquattro mesi sugli attuali cinquantanni vissuti in un reparto di quarantena. Una quarantena capovolta. Lo spirito santo si beccò la porta sul muso, i buoni sentimenti lasciarono qualche falange tra lo stipite. I virus alitavano sulle porte stagne del reparto, impossibilitati ad entrare. I sani dentro, i malati fuori.
Poi tutto si indirizzò nuovamente, forse per la non reprimibile gravità terrestre che ci tiene ben ancorati a terra, verso una nuova normalità. I matti non guariscono, i sani si curano. Difficile dire, fra le due categorie, a chi vada peggio.
Il direttore del penitenziario mi tenne segregata con ogni cura come sua amante personale per un anno e più, in un appartamento apposito, in piena città. Non era molto diverso dal carcere. Se possibile era peggio per via dell’assoluta impossibilità di comunicazione. Non avevo nemmeno l’ora d’aria. Nessuna palpitante storia di vita da sentirsi raccontare. Dovevo solo aspettare sera, o primissima mattina, che lui passasse. Lui e nessun altro. Doveva aver messo in piedi un gran bel castello, tra fuga e quella sorta di nuova reclusione. Una gran testa d’uomo. Mirabile. Ma di tutti i periodi nei quali mi sono sentita prigioniera, questo fu sicuramente il più difficile da sopportare. Poi una sera si presentò con una nuova vita dentro una borsa da viaggio. Disse: Oggi faccio cinquant’anni. Guardami. Ne dimostro almeno cinquantuno. Sono invecchiato di bugie, di doppia vita, di attenzione ai dettagli. Arriva sempre il momento in cui il brivido del proibito lungo la schiena, si fa più gelido. Si assuefà all’adrenalina e passa a pura e semplice, paura, in questo caso. Mi lasciò tutto il necessario. Nuovi documenti, denaro: ero libera di scegliere il metodo per la ripartenza. Era come tornare al reparto di ostetricia, vent'anni dopo, meno rossa, meno strillante, ma senza tetta da cui poppare. Mi passai l'indice attorno e poi dentro l'ombelico, mentre pensavo.
Il giorno dopo sul treno, incontrai mio marito. Era bastata un po’ d’aria fresca perché gli eventi riprendessero nuovamente quell’accelerazione imprevedibile e incontrollata. In realtà fu il colpo di coda, una nevicata di coriandoli fuori stagione, che segnò la conclusione di quel periodo. Frank molto teatralmente salì sul vagone dall’ingresso opposto rispetto a quello in cui stavo e si annunciò. Signori e signore, buongiorno. Mi chiamo Frank Pollicino. Sono appena uscito dal carcere e mi mancano due dollari due, per poter comprare il biglietto che mi riporterebbe a casa. Se qualcuno di voi fosse così cortese da darmi a credito tale cifra, dopo cinque anni avrei finalmente la possibilità di rivedere la mia famiglia. In caso contrario, buon viaggio a tutti. Poi si era tolto il cappello, un basco in pelle nera, e si era lasciato andare ad un inchino davvero generoso. Era sicuramente una frase studiata a puntino e recitata vagone dopo vagone, ma in quello specifico scompartimento era del tutto inutile. Ero la sola passeggera. Dal fondo, alzai la mano, come una studentessa preparata e vogliosa di rispondere. Frank si avvicinò. Gli diedi un biglietto da cinque e lo pregai di portarmi qualcosa da bere, con quel che avrebbe avanzato. Era nuovamente li, pochi minuti dopo, con un paio di birre. Mi sono permesso, per farti compagnia, disse, occhieggiando verso la sua. Con Frank credo funzionò soprattutto per via della coscienza sporca che era comune ad entrambi. In questo caso, finisci per entrare poco nei dettagli personali e la cosa, ti evita un sacco di grane, semplifica le discussioni, ti rende la vita mento spigolosa di incognite. Il paradiso, richiede troppa precisione, diceva Frank. Lo annunciava soprattutto ogni qual volta finiva per macchiarsi gli abiti con il ketchup. Frank è la nazione con il maggior consumo mondiale di ketchup, dovete sapere. Roba da sballare tutte le statistiche dei ricercatori nello specifico campo. E’ ghiotto di quel malsano condimento in maniera disgustosa. Il tuo cervello deve averlo scambiato per dell’ottimo sangue ossigenato, non c’è altra spiegazione plausibile, sono solita dirgli, quando lo prende una delle sue frequenti crisi d'astinenza. Robe da matti. Eppur già dai giorni successivi al nostro incontro mi lasciai trascinare per metà degli stati dell’ovest finché Frank non trovò uno degli stabilimenti della Heinz che lo assunse nel reparto salse. Heinz è il primo produttore americano di ketchup. Lo potete riconoscere per la confezione a forma di pomodoro. Io vi dico che li dentro il pomodoro ci passa solo per sciacquarsi le ascelle. Frank, che ora naturalmente, conosce a memoria tutti gli ingredienti, il processo produttivo, di conservazione, di distribuzione e vattelapesca, giura che non è affatto così. In ogni modo la sera dopo il suo primo giorno di prova, mi portò fuori a festeggiare. Era macchiato di rosso da testa a piedi dato che lo avevano messo, in quanto novellino, al reparto - verifica prodotti difettosi - . Sarebbe diversamente, potuto tranquillamente passare per un pluri accoltellato, miracolosamente sopravvissuto. Dati i suoi noti trascorsi, mi era più facile immaginarlo nella seconda veste, capirete. In ogni modo, al termine della serata, in tutto quel tripudio di rosso, - il rosso in questo specifico caso è proprio il colore dell’amore, non si può negare - mi propose di sposarlo. In quei pochi giorni avevamo diviso e condiviso come massima punta d’intensità, il passato, e vari scompartimenti di treno. Mi sembrò un buon motivo per accettare. Almeno per un paio di mesi avremmo avuto dell’altro da scoprire, e male che fosse andata poi, non avremmo fatto in tempo ad infrangere alcun record di durata minima delle nozze. Questo è sempre un buon punto a favore nelle discussioni con vostra madre quando verrà ad elencarvi i vostri fallimenti, un giorno. Mamma! Sei mesi. Abbiamo comunque fatto meglio di molti altri. La sottoscritta in realtà non correrà il rischio, dato che la resa dei conti c’è già stata. Bocciata senza appello, a distanza, senza ammissione di prove a discolpa. Perfino il giudice che mi appioppò la pena, si lasciò la chance di rivedermi, dopo vent’anni. Mia madre no.
Stiamo resistendo da una trentina d’anni, infine, io, Frank e l’intera famiglia Pollicino. In realtà non vi è, e non vi è stato, alcun resistere nel senso dello sforzo. E’ un opposizione agli eventi senza fatica, così come si fa contro al vento, che per tutta la vita ti soffia in faccia. Se non abiti a Trieste o in Patagonia è un semplice esercizio naturale, come camminare, infilarsi a letto, avere un tic nervoso, giocare con il lobo dell’orecchio. Vivere nella sua versione standard, è essenzialmente combattere la noia con tecniche - che hai più toccano in sorte e per le quali non vi è alternativa - altrettanto noiose. Ma è già una noia sotto radice, ed è un discreto passo avanti. Sentirsi costantemente vivi, è la versione delux del pacchetto, ed è tutt’altra cosa. Ma seppur si finisca tutti, chi prima chi poi, chi con più desiderio chi per pura curiosità, per desiderarne l’acquisto, pochi sono quelli che infine, si addentrano nell’impresa.
Vi è una cosa, davvero ammirevole nell’animo umano: è la capacità e l’abitudine alla rinuncia. C’è un’altra cosa, invece, nella comunità umana, altrettanto riuscita, ma meno degna di merito. E’ la capacità di rendere anonimi i partecipanti. Nascondersi per volontà, rendersi fantasmi, o diventare invisibili per indifferenza generale, è quanto di più semplice tu possa scegliere di fare o ti possa capitare di dover sopportare. Il ventre grasso della società, sta fra le caviglie sottili erte sul tacco laccato e le labbra al silicone che sporgono sopra il sorriso a troppi denti. La terra è obesa al centro e fra le pieghe della pancia e dei fianchi viviamo in gran maggioranza, in una densità folle, perennemente costretti tra le linee di demarcazione dell’elastico della mutanda e del ferretto del reggipetto.
Un cambio di generalità è assolutamente inutile, a questo, - ma suppongo a tutti i migliori o peggiori - , strati sociali. Che io sia Maria Walsh o la Nuova Susan Lefavre in Pollicino è assolutamente irrilevante data la facilità con la quale, posso, potete, rendermi latitante, non solamente in termini legali, ma soprattutto in senso umano, di essere con una massa e dei pensieri.
Mi sono così rimesso in gioco nella ricerca di queste persone che, ora che, - con una punta d’orgoglio e logica e certo della sofferenza – riesco se non a farne a meno, perlomeno a sorvolare sull’assenza, be ecco - mi capisci? - mi chiedo: e allora tanto valeva che manco iniziassi? E’ così pretenzioso questo pianeta perdio. Ti succhia il midollo dalle ossa e poi te le suona come un flauto. Il moto perpetuo.
(Il sole delle sei pomeridiane trafigge l’acqua della corsia numero otto con una lama di luce. Doppiamente fratturata dalla parete vetrata e dal liquido, arriva comunque sul fondo, in prossimità della linea, blu, che dovrei seguire. Quota meno uno e ottanta a salire. C’è’ azzurro caraibico sotto il pelo, seppur sia semplice ceramica venti per dieci che riflette e spande tonalità. Pieno giorno negli abissi ma niente banchi di pesce sul fondale. In corsia sette un mammifero femmina della specie umana, si muove agile nonostante
Mi sono iscritto ad un corso di scrittura. Forse è preferibile – frequenterò un corso di frequenza. Un laboratorio di parole dicono. Partiremmo a settimane. Un circoletto di sinistra in uno scantinato del centro città: staremo freschi, male che vada. L’ultima volta che ci sono stato per sentire un tale, amico di, che vantava collaborazioni con, ho temuto di essere linciato di lì a breve. Scemo io, a pettinarmi i capelli, sbarbarmi e dimenticarmi la giacca a coste di velluto. - I soviet più l’elettricità, non fanno il comunismo -. La pelata porta le sue grane: l’estate devi costantemente andare a spasso spalmato di protezione dodici o superiore. Conseguentemente, ben odorante di composti al carotene, sei oggetto degli sguardi languidi di tutti i conigli e delle casalinghe anziane che non arrivano alla quarta settimana. Altre volte della gente che si atteggia da sinistra, ti scambia per uno che sta sul marciapiede di destra molto rasente il muro. E’ un po’ come quando ti sembrano tutte fighe, a vederle da lontano o dentro la macchina sulle statali al sole. La società si distingue ormai per stereotipi più che per codici fiscali. Non si è, si appartiene ad un certo gruppo. L’insieme degli esseri umani è stato scremato da negri e altre colorazioni troppo vivaci, e diviso in sottoinsiemi. Dentro questi ultimi, in base ad aspetti economici e commerciali ben studiati da un gruppo di esperti con un faccione da quarantadue pollici pieno di plasma (venoso), si può rintracciare sommariamente il resto degli umani. Le caratteristiche personali ed univoche di ciascuno, non contano più. A questo punto, a mia volta travolto da questo generalizzare e compostare in grosse balle, ho smesso di preoccuparmi per le mie orecchie larghe e per la mia passione per la dark anni ottanta. I segni particolari sul documento d’identità non interessano più a nessuno. Avremmo dovuto sospettarlo vedendo che tutti riportiamo “nessuno”. Ulisse è stato il primo a fare del qualunquismo e anche a vagare per il Mediterraneo su un barcone: precursore.
Sul modulo di adesione al corso, per giustificare il mio interesse verso la scrittura ho denunciato qualcosa come “per combattere la rarefazione di comunicazione”. Ero serissimo. “Uno degli ultimi giorni di pioggia il sottoscritto si è reso conto di aver eletto la comunicazione a placebo della sua faticosa esistenza: - quel giorno non mi funzionava rete quattro” - . Questa sarebbe una grandissima battuta, se stessimo giocando a chi la spara più grossa. Ma per questo abbiamo già il presidente del consiglio e il papa, che francamente trovo imbattibili. Sto divagando. Non voglio essere polemico, dicevo della comunicazione. Amo comunicare, ma sono estremamente taciturno. Le due cose non vanno esattamente d’accordo. Fino a quando qualcuno non mi dimostra un certo interesse - l’essere interessante a sua volta -, faccio economia di discorsi, parole, sguardi. E spendo tutto in bevande. Comprendo quanto sia difficile giudicare o appassionarsi ad un tizio che se ne sta nell’angolo a tessere golfini a vi coi pensieri, se non si è un fan del punto croce. Non ne faccio, né colpe, né drammi. Ho un ex fidanzata che mi tiene alto l’ego. Può bastare. Mi trovo un discreto conversatore quando non c’è nessuno di meglio in giro. Ma in giro mi piace starci. Proiettare ombre poco definite date da punti luce molto inclinati. Incontrare tra i banchi una passionaria che scriva i suoi testi sul mio torace depilato. Trovare i particolari, unire i puntini dall’uno al cento, saltando i numeri pari. A ciascuno la sua tecnica. Le quarantenni si rifanno le tette perché qualcuno che arrivi da destra gli parcheggi ancora la bici lì in mezzo. Arrivando dal lato opposto, mi chiedo dove parcheggerò.
Da quando non li esco più – o perlomeno ora la cosa succede molto più raramente di prima – Fanasca e Villoni hanno ripreso a frequentare i night club con una certa costanza. La loro capacità di comunicazione si esaurisce entro la prima ora di un programma che prevedrebbe quattro atti senza intervallo. Vota la lista “L’Alternativa”. Alle ventitre il gallo canta e Pietro tradisce per la terza volta. Fanasca col prurito nervoso tra le dita interroga un costantemente silenzioso Villoni. Villoni che facciamo? (Cenno d’intesa. Stringersi le spalle. L’abbiamo perso dottore) Seguite l’insegna luminosa re magi. Entrambi, questa è la novità, sono al seguito di una tizia. Una sorta di relazione fissa, più probabile semplicemente una fissa. Per i non esperti del settore si deve precisare che la fedeltà, al circolo della notte, non è
Verso i trentadue e dopo trentadue nulla di fatto, la portata della frutta non passa per la più salutare, ma per la drammaticamente ultima. Le ragazze del night club sono metrò per la salvezza senza controllore. Corse frequenti, un binario comodo in partenza, niente arrivi nella stantia periferia. Disabituato agli affetti, la sincerità sentimentale diventa caviale. Inizia a piacerti anche una tonalità ocra: puoi sempre dire che era rosso porpora e ti è finito in lavatrice. Ma chi siamo noi per giudicare? Un cuore di panna, uno stecco di morale, incappucciati dentro un freezer vicino a delle patatine per friggitrice.
Fanasca frequenta la stessa tizia dell’est da mesi, anche al di fuori del normale – di lei – ambito lavorativo. Mi racconta: Usciamo a cena – pago io – prima che lei inizi verso le dieci e mezzo. Un pasto frugale, poi la accompagno al locale. Lei si prepara, facciamo un privè. Pagato extra. Le offro da bere. Poi altri clienti richiedono le sue attenzioni. Nel frattempo io tento di rifiutare le proposte delle altre colleghe. Dura
Favole d’amore moderno con finale non polifonico. Da notare la presenza del corretto quantitativo di aspetti economici.
Villoni invece, ha ritrovato
Ballerine colombiane con vere caldaie a pallets fra le cosce, vecchi professionisti habitué, un dj triste, sale vuote, sentori di recessione negli stivali di pelle al polpaccio. Ma per gli amici sempre saldi finali a troppi zeri. E due cubane che per ottanta euro e un passaggio a casa. Eh si.
Ti davano
(Ascolto. Deglutisco un boccone amaro.)
“Mi è difficile trovare argomenti nuovi lungo i quali dare sfogo al mio bisogno di creare versi e paragrafi. Questo è il dato di fatto. Sono ripetitivo. La cosa mi rende triste ma allo stesso tempo rafforza le mie certezze: sono in buona compagnia. La vita soffre della stessa magagna: i maiali se la cavano con un’influenza. Non se ne esce manco dichiarando l’esistenza, una pandemia. Una mascherina antipolvere per difendersi dall’ineluttabile. Sembrarsi impreparati dopo i trenta, mai sufficientemente studiati, vuoti di conoscenza che ti colgono in mutande. Improvvise amnesie: una bella grana. Come accalappiare il cane, dio cane? Per quante ne sfoderi a fine sera ti trovi nella tasca destra un fazzoletto spiegazzato umido di muco e secco di insoddisfazione.”
( … )
“Ti giochi il tempo instabile, la ripetitività del lavoro, lo stato delle amichette in facebook, la recensione di un film, il commento all’ultimo libro, le malefatte dei dittatori. Arte, cultura, spettacolo, gossip, inviti a cena, whisky scozzesi, la fotografia, due nipoti, lo stato del Vaticano, gli incontri dei gruppi online. Qualunquismo e qualità, il moschicida per tutte le stagioni. Ma i volatili sono volatili. Volatile come l’impalpabilità della casualità. Incontrollabili e astuti, preferiscono il suicidio per trauma, contro le superfici vetrate. Le prede non sono più tali quando sei tu a cacciarle. Sasso, carta, forbice, esplosione nucleare. L’esistenzialismo. Ho preso a leggere voci a caso sull’enciclopedia online. Ho fatto conoscenza con asteroidi e distretti francesi.”
( … )
“Potrei buttarmi sugli articoli tecnici, letterariamente parlando. Ma la critica di sinistra è già ben rappresentata. Un reporter aggiuntivo, alto, tonico, pelato, ben dotato, starebbe indifferente nel mucchio. Polemici, disfattisti ma incapaci di proposte alternative. Tanto vale andare alle feste con gli amici di destra che c’è figa ben vestita e profumata.”
( … )
“Sto sempre al solito, ho sempre gli stessi dubbi. Sto va con l’accento? Lamento a me stesso la difficoltà di creare e mantenere rapporti personali, stabili, duraturi, frequenti, di un certo livello. Come somma di tutto questo sono arrivato a una sorta di sfavorevole armistizio tra me e me: meno fondi alla ricerca. Sto da solo in un divano parcheggiato sul ciglio della strada sotto il sole delle tredici e quarantacinque. Ho il finestrino abbassato e il braccio sinistro, fuori, penzolante. La lamiera scotta, non fumo, ma ho finito le sigarette. Ascolto un cantante dalla voce cupa e rauca. Se fossi donna mi concederei continuamente in cambio di un - baby – all’ora. Un baby l’ora. Mi diletto a fare lo sguardo assente, il labbro corrucciato e l’occhio scuro. Passa una tizia in bicicletta con un cappuccio calato sulla testa e mi sorride. Peccato mi sia dimenticato di investire il suo fidanzato che la precedeva.”

Non bastavano le leggi ad personam, le immunità parlamentari implementate, le televisioni e i giornali di partito, i teatrini in diretta mondiale, la nuova libertà, l’opposizione democratica, le bandiere rosse deposte e i sindacati spaccati.
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..dal post punk, al wiking metal, passando per Giovanni Lindo e il bel Manuel (Agnelli), senza dimenticare gli Offlaga e naturalmente, Mark Lanegan..
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